Riccardo Riccò aveva tutte le carte in regola per essere l’erede naturale di Pantani. Sia per come attaccava le salite, sia per essere cresciuto sulle stesse strade del Pirata. Emiliano-romagnolo uno, romagnolo-emiliano l’altro. Ma dopo soli due anni da professionista viene trovato positivo al CERA (l’EPO di terza generazione) e squalificato. Lezione imparata? No, «perché per vincere doparsi è indispensabile» e così il suo rientro nel ciclismo che conta dura meno di un anno. La sua seconda squalifica (di 12 anni) scadrà nel 2024, quando Riccò di anni ne avrà 40. Se non è una radiazione a vita, poco ci manca. Forse anche per questo ha deciso di raccontarsi in “Cuore di Cobra“, «sperando che la verità, che non può cambiare ciò che è stato, possa almeno contribuire a cambiare ciò che sarà».


Il rischio nel leggere la biografia di un ciclista è di dare per oro colato tutto ciò che viene scritto. Lo era stato ad esempio per l’immacolato Damiano Cunego o per l’appestato Danilo Di Luca, lo è anche in questo caso. Il rancore di un corridore che ha subito il doping o che ha pagato più di tutti per aver fatto qualcosa che – pare – facessero tutti potrebbe infatti offuscare il racconto della verità. Ciononostante, molte delle “confessioni” contenute nel libro sono tutt’altro che segreti. Che per vincere si è disposti a tutto e che percorrere 200 km al giorno per tre settimane, fra sole e pioggia, discese e salite, solamente a pane e acqua, è praticamente impossibile. O ancora che qualsiasi aiuto riceva, un asino non sarà mai un cavallo. «Solo col doping non vinci, ma senza nemmeno»: questa è la regola.

“Cuore di Cobra” perché Cobra (di Formigine) era  – ma in realtà è tuttora – il soprannome di Riccò. Datogli dallo stesso massaggiatore di Pantani per la sua abitudine a fissare gli avversari per poi colpirli, proprio come fa un serpente. I tatticismi, infatti, non gli sono mai piaciuti. Meglio l’istinto, una rapida ricognizione con uno sguardo «cattivo ma vero» e via all’attacco. «Nella mia carriera, nella mia vita, ho sempre fatto così: ho provato a far saltare il banco, ad avere tutto». A ripensarci, forse, sarebbe stato più opportuno e più prudente un altro soprannome. Il cobra è infatti troppo minaccioso, infido, acido, freddo. Si poteva optare per un agile e scattante “furetto” (cit. Gianni Mura) o un “folletto” da cui puoi aspettarti di tutto (cit. Leonardo Piepoli, suo compagno di stanza).

All’apice della sua carriera, cioè all’inizio della sua carriera, la popolarità di Riccò era notevole. Il secondo posto al Giro di Lombardia del 2007 – «buttato nel cesso come un principiante» – e soprattutto le due tappe e il secondo posto al Giro del 2008 suggerivano per lui un futuro ricco di soddisfazioni. E invece un paio di mesi dopo, in un Tour a cui non avrebbe nemmeno dovuto partecipare ma dove aveva già colto due successi parziali, la gendarmeria francese lo costringe a lasciare la corsa. La sua squadra, la Saunier Duval, dapprima ritira tutti i suoi corridori dalla Grand Boucle, poi licenzia il Cobra. Dopo il licenziamento arriva anche la squalifica: 24 mesi, poi ridotti a 20 per aver collaborato alle indagini.

Il general manager della Saunier Duval era il ticinese Mauro Gianetti, per il quale Riccò nel suo libro non riserva certamente parole al miele, ricordando quando nel 1998 «si iniettò del sangue sintetico e fu salvato per i capelli dai medici dopo aver trascorso dieci giorni in terapia intensiva». Gianetti che alla notizia delle pratiche illecite di Riccò commentò: «Aveva giurato su sua madre di essere pulito. Parleremo anche con lei, perché deve sapere che ha un figlio senza scrupoli e senza rispetto per nessuno».

Scontata la squalifica si rimette in sella. Ma se sei uno che vuole avere tutto, che vuole essere protagonista e non comprimario o semplice interprete, sei anche disposto a fare di tutto. Se sei un cobra, anche a essere vittima del tuo stesso morso, del tuo stesso veleno. E così un’autotrasfusione effettuata con una sacca di sangue contaminata, conservata nel frigo della nonna, lo manda quasi all’altro mondo e definitivamente fuori dal suo mondo, il ciclismo. 

Sono passati poco meno di 10 anni da quel giorno, ma per Riccò la situazione attuale è la medesima. Anzi, è forse peggio di prima. Perché qualche anno fa tutti erano “curati” allo stesso modo, si partiva alla pari e vinceva il più forte: «Ora invece il ventaglio di sostanze è più ampio e vince chi fa parte dei grossi team. Che possono investire, sperimentare la cura migliore e proteggerti grazie ai giusti contatti».

Oggi gestisce una gelateria a Tenerife. Ma c’è stato un momento in cui, all’improvviso, non potendo più fare quello che aveva sempre fatto, pensava di essere giunto all’arrivo della sua corsa a tappe. La foto del figlio in una mano, una pistola nell’altra. Ha scelto la prima.