Era l’estate del 1998 e ai Mondiali di Francia faceva il suo esordio nella massima competizione globale un paesino allegro e colorato, più conosciuto per altre cose che per il calcio: la Giamaica. I Reggae Boyz, come erano soprannominati, riuscirono infatti in un’impresa notevole se si considera la grandezza del paese e la condizione d’altritempi in cui riversava il pallone laggiù. Ma torniamo indietro di una ventina d’anni per ripercorrere la cavalcata dei caraibici e l’eredità che questi hanno lasciato alle generazioni che li hanno succeduti.

Sono passati 20 anni, non così tanti verrebbe da dire, ma in parte sembrano un’eternità. Un’eternità considerato soprattutto qual’era il livello, l’organizzazione e le infrastrutture a disposizione del football in un paese così piccolo come la Giamaica (che conta poco più di 2.5 milioni di abitanti). Una nazione che era conosciuta più per altre cose (Bob Marley e la musica reggae, le sue spiagge bianche, la cultura rastafari, il rum, ecc.) e che non aveva certo il calcio tra i suoi fiori all’occhiello. Gli atleti dell’isola infatti si concentravano negli sport di velocità, dei quali erano (e sono tutt’ora) dei veri dominatori, o al massimo nel cricket, dove le West Indies sono da sempre tra le migliori formazioni della specialità. Il calcio piaceva ma restava al margine dell’interesse dei giamaicani, sino all’avvento sulla panchina dei Reggae Boyz del brasiliano René Simoes.

L’allenatore carioca portò la sua grande conoscenza e la giusta dose di fantasia ad una cultura calcistica che in effetti si era sempre rifatta al Brasile (una delle leggende del pallone sull’isola Alan “Skill” Cole andò a giocare anche nel campionato verdeoro e tra le squadre giamaicane più di successo troviamo il Santos, di chiara ispirazione). Simoes si trovò a gestire un gruppo interessante e con buone qualità, che sembrava poter ambire a qualcosa di più che alla semplice partecipazione alla qualificazione Mondiale. Nel terzo turno i Boyz chiusero addirittura da primi del proprio girone davanti al Messico (battuto in casa con uno storico 1-0), ma si trattò solo del penultimo step, dato che c’era ancora l’ultimo turno da superare per poter andare in Francia: il temibile “Esagonale” (così chiamato perché è un unico girone a sei squadre). L’inizio fu difficile e dopo i cinque match d’andata la Giamaica si ritrovava con la miseria di 5 punti in classifica che sembravano ormai rendere vane tutte le speranze. Simoes e il suo staff allora partirono alla ricerca di nuovi giocatori, non sull’isoletta caraibica però, ma bensì in Inghilterra.

Nel regno della Regina Elisabetta giocavano infatti diversi “oriundi”, figli di giamaicani emigrati a cercare maggior fortuna in Europa e il tecnico brasiliano e il suo staff riuscirono a scovarne ben quattro. Il solido centrocampista del Wimbledon Robbie Earle, il metronomo Fitzroy Simpson (che per caratteristiche tecniche potremmo impropriamente chiamare il “Pirlo dei Caraibi”) e in attacco il veloce Paul Hall e soprattutto Deon Burton, giovane bomber del Derby County che grazie alle sue 4 pesantissime reti in 5 partite si rivelò decisivo per la straordinaria qualificazione della Giamaica dietro a Messico e Stati Uniti. Il giorno dopo il decisivo ultimo incontro (0-0 casalingo con il Tricolor) la gioia fu tale che fu indetta festa nazionale.

Da lì in poi si scatenò la Giamaica-mania in tutto il mondo e sulle tribune degli stadi francesi si riversarono colorati tifosi in festa, tra balli, canti e divertimento, ma i Reggae Boyz non erano solo un fenomeno folkloristico. In un ostico girone (con Argentina, Croazia e Giappone) gli uomini di Simoes persero all’esordio con un onorevolissimo 3-1 contro i balcanici (futuri terzi classificati e con giocatori del calibro di Davor Suker, Zvonimir Boban e Robert Prosinecki) dopo averli tenuti sull’1-1 nel 1o tempo e solo in seguito a due sfortunate reti, subirono un 5-0 con l’Albiceleste di Gabriel Omar Batistuta e Ariel Ortega (una doppietta a testa) ma solo dopo essere rimasti in 10, e infine conclusero la loro avventura con una storica vittoria sui nipponici per 2-1: tre punti che non permisero ovviamente di passare il turno ma che fecero uscire a testa alta una piccola realtà all’esordio su un palcoscenico così prestigioso. A siglare le due reti al Giappone fu Theodore Whitmore, che divenne l’insolito ma riconoscibilissio simbolo di quella squadra: treccine rasta, collanona, polsino tricolore, ma anche tanto talento. Lui, come il centrale Ian Goodison e il giovane esterno Ricardo Gardner ebbero nei Mondiali un vero trampolino di lancio che li portò a giocare in Inghilterra (i primi due all’Hull City e il terzo al Bolton), sdoganando ufficialmente il calcio giamaicano. In particolare “Bibi” Gardner divenne una colonna dei Wanderers per più di un decennio, dimostrando che anche sulla piccola isola caraibica ci sono dei campioni.

Da allora il calcio nella terra di Bob Marley (peraltro grandissimo appassionato di calcio) è cresciuto molto, soprattutto a livello di organizzazione e formazione e anche se non è più riuscito a portare la propria Nazionale a un Mondiale può però vantare in tempi recenti due finali disputate della Gold Cup (l’equivalente dell’Europeo di Nord e Centro America). Ormai è diventata abituidine quella di trovare giocatori giamaicani nelle varie leghe inglesi, come pure in molti campionati nordici (Svezia e Norvegia), oltre che nella MLS statunitense. Tra i giocatori da menzionare che hanno fatto parlare di loro negli ultimi anni ci sono senz’altro Wes Morgan, capitano del Leicester dei miracoli, il difensore ex Eintracht Michael Hector e in particolare il talentuoso attaccante del Leverkusen Leon Bailey, che è ormai sulla bocca di tutti gli agenti di mercato. La speranza è quindi di rivedere un giorno di nuovo i Reggae Boyz ad un Mondiale, riportando con loro il colore e l’allegria che li contraddistingue in una competizione che indubbiamente di realtà del genere sembrerebbe averne sempre più bisogno.