Il ciclista sogna da sempre di essere il più veloce, il più forte, il migliore. Per farlo è disposto a tutto: allenamenti massacranti, sacrifici, e naturalmente assumere sostanze dopanti. Insomma, è pronto a vestire i panni della cavia e dello scienziato, del medico e del paziente, testando e somministrando a se stesso medicamenti che non curano nessuna malattia, se non la vulnerabilità di chi vuole sempre vincere. Questa ricerca di qualcosa che migliori le prestazioni può essere vista proprio come una corsa di biciclette in cui si cerca di andare in fuga, sempre un passo avanti al plotone, composto da avversari sportivi e organi di controllo. Il margine sugli inseguitori può essere creato trovando nuove sostanze o un modo differente per assumerle (un esempio sono le microdosi, assunte la sera e non rintracciabili nel sangue al mattino), tenendo ben presente che il doping è solo una componente di un campione (non di urine), poiché il sottoscritto, anche trasferendosi in una farmacia, non riuscirebbe nemmeno a stare a ruota di qualcuno che ha fatto del ciclismo una ragione di vita.

Fra questi corridori c’è Danilo Di Luca, che nel libro “Bestie da vittoria” racconta la sua carriera e denuncia un sistema marcio, cosa che avrebbe però dovuto fare quando ancora gareggiava e non a posteriori, alimentando il sospetto che la sua biografia non sia stata scritta né per pentimento, né per amore di questo sport, ma solo affinché il suo nome non finisca nel dimenticatoio. Come gli dice il suo amico e gregario di una vita Alessandro Spezialetti, “puoi dire che è un mondo di merda se te ne vai tu, non se ti cacciano”. E Di Luca non è uno qualunque. Magari meno celebrato di Pantani o Nibali, solo per restare in Italia, è stato l’unico ciclista al mondo degli ultimi vent’anni capace di vincere sia una corsa a tappe di tre settimane (Giro d’Italia del 2007), sia due differenti classiche monumento (Giro di Lombardia 2001 e Liegi-Bastogne-Liegi 2007).

Chi vi scrive ha letto anche “The Program”, l’indagine del giornalista David Walsh sul “più grande imbroglio di tutti i tempi” messo in piedi da Lance Armstrong con la collaborazione della sua squadra (US Postal diventata poi Discovery Channel) e anche dell’Unione Ciclistica Internazionale. Ma il libro sull’ex sette volte vincitore del Tour de France è la testimonianza di un giornalista che cerca di smascherare un finto eroe, colui che dopo aver sconfitto un tumore è diventato una macchina perfetta. Nel caso di Di Luca si tratta invece di un’ammissione dell’atleta stesso, che rende il tutto molto più umano e intimo, visto che si privilegiano le emozioni e le debolezze di uno sportivo rispetto alle infrazioni da esso commesse.

Esattamente tre anni fa, il 5 dicembre 2013, dopo una seconda positività all’EPO, il Killer di Spoltore – soprannominato così perché quando voleva vincere una corsa, spietato, ci riusciva – viene radiato a vita dal ciclismo. È stato il primo italiano a ricevere una sanzione così pesante. Sicuramente questo traguardo non rientrava fra quelli che avrebbe voluto tagliare davanti agli altri.

Di Luca D., Carati A., Bestie da vittoria, Piemme, Milano, 2016.