“Purosangue” è la autobiografia di uno sportivo che di nome fa Damiano, di cognome fa Cunego e di soprannome fa Piccolo Principe. Perché tutti i ciclisti che hanno lasciato un segno nella Storia ne hanno uno. Il suo nasce proprio perché ricorda il personaggio nato dalla penna di Antoine de Saint-Exupéry. “Un bambino come lui”, non solo per la somiglianza fisica, ma anche “per il suo animo gentile e puro” che lo ha tenuto alla larga dalle sostanze illecite, ma che allo stesso tempo non gli ha permesso di vincere quanto avrebbe potuto. O meglio, quanto non avrebbe potuto.

Ecco già spiegato il titolo del libro. Un atleta a pane e acqua (e miele), con un tasso di ematocrito nel sangue naturalmente e costantemente alto che lo rendeva più resistente alla fatica degli altri. Un Principe che in attesa di diventare Re – come capita quasi sempre nella nobiltà ciclistica – avrebbe dovuto fare da scudiero. Nel suo caso a Gilberto Simoni, nel primo Giro d’Italia dopo la morte di Pantani. Quando però si è giovani, e per di più si ha il sangue blu, risulta complicato tirare il freno. Anche perché ai sudditi, non solo italiani, serviva come il pane un nuovo e credibile sovrano a cui aggrapparsi.

Quello fra Cunego e Simoni risulta un dualismo difficile da gestire. Da una parte il corridore affamato, dall’altra il campione affermato, a caccia del suo terzo Giro in quattro anni. Ma tutti sanno che in una monarchia lo scettro può essere impugnato da una sola persona: con un colpo di mano, o meglio di pedale, Cunego se ne impossessa e decide di sedersi lui sul trono. In realtà chi sostiene che non furono rispettati gli ordini di scuderia afferma il falso. Era stato il direttore sportivo della squadra Beppe Martinelli (un’istituzione nel mondo del ciclismo) alla vigilia della 16a e decisiva tappa a dire: “Se Simoni non dovesse riuscire ad andare allora parti te”. E così fu, perché Simoni aveva gli occhi di tutti gli avversari puntati addosso. Mentre Cunego, nonostante un distacco in generale inferiore ai due minuti, venne lasciato fare.

Succede così che il Piccolo Principe indossa il suo abito rosa e a 22 anni, da outsider, vince il Giro d’Italia. Il 2004 doveva essere l’anno d’inizio del regno di Cunego. E invece fu l’anno in cui la sua potenza raggiunse l’apice: non avrebbe mai più conquistato un podio in un grande giro. Proprio nel momento in cui avrebbe dovuto ricevere la corona e diventare Re, il destino per lui decise che no, lui Re non poteva esserlo. Doveva rimanere un Principe, un Piccolo Principe.

Che non è comunque male, intendiamoci. Essere Principe ti dà il diritto di indossare una maglia di miglior giovane al Tour, di portarti a casa tre Giri di Lombardia e di ottenere diverse vittorie in solitaria o negli sprint a ranghi ridotti. E ti dà anche il diritto di essere il capitano della nazionale italiana ai Mondiali di Mendrisio, alla ricerca del poker azzurro dopo i successi consecutivi di Bettini (due) e Ballan. Pazienza se l’ottavo posto finale è un fallimento, anche i principi piangono. E visto che non c’è mai fine al peggio, nel dicembre di quell’anno arriva un’avviso di garanzia che gli compromette irrimediabilmente la carriera. La fine del processo giunge sei anni dopo. Verdetto: assoluzione, il suo sangue nobile non è mai stato contaminato da alcuna sostanza. Ma il danno subito, d’immagine e soprattutto sportivo, non verrà mai risarcito.

Nell’autobiografia, naturalmente, viene ripercorsa anche l’infanzia e l’adolescenza sportiva di Cunego. Dal torneo di hockey disputato a Lugano ai primi calci a un pallone. Ma negli sport di squadra era sempre una seconda scelta. “Amavo l’endurance e amavo starmene per conto mio”, quindi opta per la corsa campestre, con ottimi risultati. Quando compra la prima bici da corsa e entra a far parte di una squadra ciclistica ha già 15 anni. Arruolato perché “tanto qua prendiamo tutti”. Tre anni dopo è Campione del Mondo juniores.

Non è mai stato una star, uno che amava le luci della ribalta. Nemmeno un supereroe e forse neppure un campione. Ma un ottimo corridore e un uomo, che amava vincere o perlomeno essere competitivo, quello sì. Per questo la seconda clavicola rotta (ad inizio 2017) e il mancato invito al Giro 2018 hanno di fatto segnato la fine della sua carriera. L’ultima soddisfazione – la 51esima da professionista – è arrivata in una tappa del Tour of Qinghai Lake.

Poi via, per dedicarsi ad altro. Quasi in punta di piedi, ma sicuramente a testa alta. Anche se non divenne mai Re.