“Ogni squadra di calcio in Europa ha una firm, alcune ne hanno due. Certo, mi sono dimenticato che sei uno yankee, di noi sapete solo delle risse allo stadio, vero? Andiamo! Vedi, i risultati del West Ham sono mediocri ma la nostra firm è al top e tutti lo sanno! G.S.E.! Green Street Elite! Arsenal: gioca alla grande, firm di merda, i Gooners. Tottenham: football di merda e firm di merda! Sono gli Herd, ho tirato il loro capo contro la cabina telefonica l’altro giorno.”

È questo uno dei dialoghi più ad impatto e che maggiormente racchiude al suo interno l’essenza di Hooligans (2005), opera seconda della regista – e campionessa di karate e di kickboxing – tedesca Lexi Alexander con protagonista Elijah Wood. Il Frodo Baggins de Il Signore degli Anelli interpreta in questo film Matt Buckner, un aspirante giornalista americano che è stato ingiustamente espulso da Harvard per colpa dei problemi con la polvere bianca del suo compagno di stanza, un intoccabile figlio di papà. Il ragazzo, sconfitto e disilluso, decide così di voltare pagina e di raggiungere la sorella Shannon a Londra, la quale si è ormai sistemata nella capitale inglese sposandosi e dando alla luce un figlio. Appena sbarcato nel vecchio continente, Matt si imbatte nel proprio cugino acquisito, Pete Dunham (Charlie Hunnam), fratello del cognato e leader della frangia più violenta degli ultrà – gli “hooligans” appunto – del West Ham United, che si ispira all’Inter City Firm (ICF), attiva negli anni Settanta e Ottanta.

Tra i due, nonostante le profonde differenze caratteriali e di vissuto, viene quasi subito a crearsi un’intesa e, dopo essersi spalleggiati a vicenda in alcuni scontri violenti con altre tifoserie ed essersi fatti qualche bevuta assieme, addirittura un’amicizia. Una vita vissuta di solide illusioni (quella dei ragazzi della curva), e una costellata invece di effimere certezze (un brillante studente che, dopo essere stato ingannato, vede crollare i principi nei quali ha sempre creduto e di conseguenza anche il proprio futuro) sembrano infatti creare una dicotomia che finisce per trovare un punto d’incontro. Lo yankee, malgrado sia risaputo che gli inglesi non nutrono particolare simpatia nei confronti degli americani, viene a poco a poco accettato nella “famiglia” e, dopo essere stato risucchiato in una spirale di violenza, di cori da stadio e in fiumi di birra che scorrono all’interno delle pinte servite al pub dei G.S.E, si sente sempre più realizzato e sicuro di sé, passando così dall’essere un ragazzo debole, insicuro e senza punti fermi nella propria esistenza, al cominciare a vedere il mondo da tutt’altra prospettiva: “non ho mai vissuto così vicino al pericolo ma non mi sono mai sentito più sicuro di me stesso, ero forte come un leone e gli altri lo captavano ad un miglio di distanza. Riguardo a lei, la violenza, devo essere sincero, si è impossessata di me. Una volta che hai beccato un paio di pugni e ti rendi conto di non essere di vetro, non ti senti vivo a meno che non ti spingi oltre il tuo limite.”

La regista tedesca riesce efficacemente, avvalendosi di una fotografia dotata di poca luminosità, a trasportare lo spettatore nelle grigie e cupe strade di questa realtà proletaria londinese, e a catapultarlo – grazie al frequente utilizzo del ralenty, della camera a mano e di inquadrature sghembe – nel bel mezzo delle risse. In Hooligans ci si appassiona, si vive, e si muore, per due elementi chiave attorno ai quali la pellicola ruota: il calcio e la violenza. Il terreno da gioco però, seppur onnipresente, resta pressoché totalmente sullo sfondo, acquisendo in tal modo una valenza quasi mistica ed epica. Interessante anche, da una parte, il discorso portato avanti per il quale chiunque (anche un gracile studentello di Harvard che non ha mai dato né ricevuto un pugno in vita sua) se messo nelle condizioni di dare libero sfogo alla propria frustrazione può trasformarsi nel più sanguinario dei picchiatori, dall’altra invece quello secondo cui questi ultras non sono degli emarginati della società, bensì delle “persone normali” che si pestano per hobby e allo scopo di mantenere alta la reputazione del gruppo.

Tuttavia, nonostante la sceneggiatura sia disseminata di buone intenzioni che vogliono far trasparire il messaggio che in fondo la vita, al di là della posizione di prestigio esercitata dalla propria gang, offre molto di più, siamo di fronte ad un’opera abbastanza ambigua la cui morale non sempre è chiaro dove voglia andare a parare poiché a tratti finisce per idealizzare proprio quello che invece vorrebbe denunciare, spettacolarizzando la violenza. Il che, se fossimo stati in presenza di un film pulp dove quindi la brutalità e la crudezza delle scene finiscono per assumere un valore estetico che però non fuoriesce dai confini del microcosmo creato dalla fiction, poteva anche andare bene, ma in questo caso, trattandosi di un film dal tono neorealista, si è quasi portati a pensare che per far valere i propri diritti, acquisire consapevolezza di sé e sconfiggere le proprie paure si debba prima frequentare un apprendistato a suon di mazzate in curva.