0-0-8. Zero vittorie, zero set vinti, 8 set persi consecutivamente.

Anche a una pluricampionessa come Serena Williams si possono associare numeri tanto impietosi se si guardano i risultati da una prospettiva ben precisa.

Le ultime stagioni

Era l’alba del 2017 quando nel caldo australiano Serena sconfiggeva nell’ennesima sfida la sorella Venus con un doppio 6-4, che le valeva il 23esimo Slam di una carriera da favola iniziata ben 20 anni prima. Alzando il trofeo nella Rod Laver Arena di Melbourne, la più giovane delle Williams staccava un’altra campionessa eterna come Steffi Graf e si portava a un solo trionfo Major dal record assoluto detenuto da Margaret Court, a cui è dedicato lo stadio distante solo qualche metro dai flash che avvolgevano il volto sorridente di Serena in quel 28 gennaio. Da lì a poco l’annuncio della gravidanza e la nascita poi in settembre della figlia Olympia, evento che stravolge in positivo la vita della campionessa americana, spostando il tennis in secondo piano.

Come già accaduto nel recente passato ad altre mamme campionesse del calibro di Kim Clijsters, anche Serena non indugia a lungo prima di riprendere in mano racchette e palline: a 6 mesi dalla nascita torna a calcare i campi di Indian Wells e a meno di un anno è nuovamente protagonista di una finale slam. Sull’erba di Wimbledon, dove ha già conquistato 7 titoli, l’allora 36enne si fa largo nel tabellone e raggiunge in finale la tedesca Kerber, con cui aveva perso 2 anni prima la finale degli Australian Open e vinto quella giocata proprio a Londra. Serena lotta ma non dà mai la sensazione di avere in mano alla partita e a suon di recuperi fenomenali Angelique porta a casa con un periodico 6-3 il terzo slam della sua carriera.

Qualche mese dopo la chance si ripresenta nel torneo di casa: durante la finale degli US Open c’è spazio sì per il tennis, ma anche per tante polemiche. Una versione deluxe di Naomi Osaka, capace di tener testa a Serena sul piano dell’esplosività dei colpi e allo stesso tempo di far valere la maggior freschezza a livello fisico, manda in crisi la beniamina del pubblico, che dopo diverse ammonizioni esplode e se la prende con l’arbitro, accusandolo di sessismo. Lo sfogo non incide però in alcun modo sul rendimento sportivo e Serena perde la sua seconda finale Slam consecutiva, conquistando di nuovo solo 6 game: 2-6/4-6 il punteggio finale. I mormorii riguardo a una sorta di “ansia da prestazione” nelle finali slam non si placano ed anzi vengono incoraggiati da quelle giocate nel 2019: doppio 2-6 in meno di un’ora di match in finale a Wimbledon contro Simona Halep e 3-6/5-7 contro Bianca Andreescu nel major di casa.

Ed eccoci così allo 0-0-8. Quattro atti conclusivi persi consecutivamente con una media di 6 game vinti a partita, per una giocatrice che aveva in precedenza portato a casa 23 delle 29 finali slam a cui aveva partecipato. Se Serena in persona tende a negare un particolare coinvolgimento emotivo dovuto alla possibilità di raggiungere il record di Margaret Court, il suo coach Mouratoglou si è lasciato sfuggire in un paio di interviste quello che per il pubblico pare un dato di fatto quasi scontato.

La pandemia, e poi?

In questa prima parte di 2020 il tennis, come qualunque altra disciplina sportiva, si è messo da parte per rallentare l’avanzata del virus con cui stiamo imparando tutti a convivere. Serena ha dichiarato di aver sofferto parecchio la quarantena, sia a livello mentale sia a livello fisico. Con l’intero circuito che ha preso di nuovo il via con l’arrivo di agosto, i tempi di rodaggio però scarseggiano: a fine mese avranno luogo gli US Open e tra settembre e ottobre il Roland Garros.

Se la pausa forzata avrà tolto un po’ di pressione alla Williams, potrebbero rivelarsi due ghiotte occasioni per mettere la firma su un 24esimo Slam che significherebbe il raggiungimento di un nuovo record, forse il più importante della sua carriera, con il quale sarebbe davvero difficile negarle il trono dell’olimpo del tennis femminile. D’altro canto, la clessidra scorre inesorabile anche per le grandi campionesse e Serena spegnerà il prossimo 26 settembre 39 candeline, mentre alle sue spalle scalpita una generazione di giovani che ha già dimostrato di avere la giusta sfrontatezza per non subire l’aura della stella americana.

Comunque vada a finire, è chiaro che la corsa di Serena contro il tempo e contro i suoi fantasmi sia ormai agli atti conclusivi, che si prospettano però come per ogni leggenda tra i più avvincenti della sua carriera. A noi comuni spettatori non resta che assistere al corso degli eventi e goderci ciò che succederà: a prescindere da tutto infatti, lascerà un segno ben visibile nella storia del tennis.