Randori e shiai sono due parole giapponesi che hanno in comune la medesima pratica: il combattimento. Tuttavia è opportuno rendersi conto il prima possibile che si tratta di due tipi di combattimento totalmente differenti fra loro.

Partiamo dal principio. I judoka che cominciano l’allenamento – parlo di ragazzi e ragazze adolescenti con ambizioni agonistiche – sanno che andranno a concludere la lezione con l’esercizio del combattimento.

Dapprima ci sarà il riscaldamento, il tandoku renshu (allenamento senza compagno),uchi komi (la ripetizione di una o più tecniche senza la proiezione finale), nage komi (proiezione del compagno) e infine il combattimento.

Bene, in questo caso parleremo di randori. Il combattimento in palestra mira a migliorarsi, affinare le proprie doti e strategie di lotta e, soprattutto, imparare a cadere. Durante l’allenamento non devo distruggermi: se il mio compagno di palestra è più forte e mi proietta io cerco di difendermi, ma se fallisco cado.

Nella mia piccola esperienza sul tatami ho visto giovani e adulti infortunarsi per niente pur di evitare una caduta. Cadere in palestra è naturale: la competizione deve avvenire al di fuori del dojo, non al suo interno.

Naturalmente ci possono essere delle sane rivalità oppure delle banalissime antipatie. A questo mondo non stiamo simpatici a tutti e non tutti ci stanno simpatici, non è un grande problema. Tuttavia bisogna imparare a controllare le emozioni negative e non lasciarsi dominare da esse.

Il randori insegna questo: prepara i judoka alla competizione vera e propria e insegna loro a saper accettare la sconfitta. Accettando di cadere, di venire proiettato, il judoka impara che non sempre le cose vanno come si crede o come si spera.

Dopo la caduta, ci si rialza e si continua a combattere sino al segnale del maestro di sala, il quale interrompe i combattimenti con un mate, traducibile con “stop, fermarsi”. Il randori comincia con l’inchino e termina con l’inchino e, possibilmente, una sportiva stretta di mano.

Dopo gli allenamenti, il judoka che vuole ritenersi tale, deve confrontarsi con una competizione: sino a quando non si partecipa a una gara, il giovane che si allena non può essere definito judoka.

Lo shiai è appunto questo: la gara, la competizione, il combattimento vero e proprio, quello dove se cadi perdi. Non c’è l’insegnante a dire mate, ma un arbitro che giudica le tue mosse e quelle dell’avversario, decretando la tua vittoria o la tua sconfitta.

Qui la lotta è diversa: non ho mai creduto fino in fondo alla frase “l’importante è partecipare”. Partecipare è importante, ma una volta che si sale sul tatami di gara si cerca di vincere. Combattere pensando che la partecipazione è già una piccola finale è controproducente.

Io devo cercare la vittoria: la devo strappare all’avversario seguendo le regole di gara, la devo inseguire e cercare di ottenerla.

E se invece della vittoria trovo la sconfitta, devo ingoiare la delusione e complimentarmi con l’avversario: è stato più forte o più bravo o più furbo, in ogni caso mi ha battuto. Inchino e via, sarà per un’altra volta. Qui subentra il desiderio di rivalsa, ma anche la gioia di aver partecipato.

La lotta, il combattimento e il confronto sono elementi essenziali per comprendere la natura del judo. A seguito della prima competizione, un judoka può decidere che il lato agonistico non faccia per lui: scelta libera e consapevole.

Non tutti nascono guerrieri, ma se si vuole praticare a fondo uno sport di lotta ritengo che bisogna perlomeno provarci. Se si perde, ci si rialza e si prosegue per un’altra strada che non è né giusta né sbagliata: è semplicemente diversa.