Stefano Marelli ha titolato il suo romanzo d’esordio “Altre stelle uruguayane”. Il ciclismo però nel Paese di Schiaffino e Suarez non ha mai trovato terreno fertile. Fino a qualche anno fa le nazioni faro di questo sport erano Spagna, Italia, Belgio e Francia. Oggi la musica è cambiata. Da una parte c’è il Regno Unito che si è preso la scena “producendo” campioni come Froome, Thomas e i gemelli Yates. Dall’altra c’è la nazione che ultimamente sforna più talenti, in particolar modo scalatori: la Colombia. Ogni anno le pendici delle Ande forniscono infatti linfa vitale – altre stelle colombiane – al mondo della bicicletta.

Un rapporto d’amore quello fra ciclismo e Colombia iniziato già qualche decade fa. Il primo vero esponente della scuola colombiana fu Luis Herrera, che da corridore amatoriale (!) si tolse lo sfizio di alzare le braccia sull’Alpe d’Huez (1984) e di trionfare alla Vuelta del 1987 (questa volta da professionista). Non solo, “il Jardinerito” – così soprannominato perché figlio di giardinieri – vinse tappe e conquistò la maglia di miglior scalatore in tutti e tre i grandi giri. Dopo di lui, anche se più vecchio di lui, ci fu Fabio Parra, il primo colombiano a salire sul podio del Tour (1988).

I due hanno spianato la strada a una seconda generazione di corridori capaci di distinguersi tra la fine degli anni ’90 e il nuovo millennio: su tutti spicca il nome di Santiago Botero, il primo dei colombiani “atipici”. Fino ad allora tutti i suoi connazionali si limitavano infatti ad essere ottimi scalatori, pagando dazio quando la strada si faceva meno erta. Botero invece, oltre ad essere un ottimo grimpeur (Maglia a Pois nel 2000), ha vinto il Campionato del Mondo a cronometro nel 2002.

Poi è arrivata una vera e propria ondata di colombiani: quella di Uran (classe ’87), Sergio Henao (’87) Atapuma (’88), Anacona (’88), Pantano (’88) Betancur (’89), Quintana (’90) e Chaves (’90) solo per citare i più noti. I quali hanno però raccolto (finora) meno di quanto avrebbero potuto. Sia chiaro, un Giro e una Vuelta (Quintana), un Giro di Lombardia (Chaves) e un argento olimpico (Uran) non sono certo da buttar via, ma troppo spesso a causa della leggerezza a cronometro – e dell’attendismo cronico di molti di loro – hanno gettato alle ortiche la possibilità di entrare nel gotha del ciclismo e nel cuore dei tifosi.

Attendismo che nel caso di Miguel Angel López (’94) non è di casa. Superman – un soprannome datogli non certo per caso – è infatti uno scalatore che non ha paura di provare a partire quando l’istinto gli dice di farlo. Purtroppo nel ciclismo moderno troppo spesso è la ragione a pagare di più in termini di risultati, ma è grazie a corridori come lui che le corse si infiammano e non cadono nella monotonia. Nonostante un bottino personale di tutto rispetto (podi a Giro e Vuelta e vittorie ai Giri di Svizzera e Catalogna) non ha probabilmente ancora espresso tutto il suo potenziale. Se riuscirà a migliorerà anche tatticamente e nelle prove contro il tempo…

Coetaneo di Lopez è un altro fenomeno colombiano, per caratteristiche agli antipodi rispetto al corridore dell’Astana e alla maggior parte dei suoi connazionali. Fernando Gaviria è infatti il primo vero velocista e finisseur colombiano. Anche in questo caso il soprannome “El Misil” racconta molto di lui, benché non di suo gradimento perché associato a situazioni ben note in Colombia come guerra e violenza: “Chiamatemi Fernando o Gaviria, i nomi che mi hanno dato i miei genitori”, ha più volte voluto chiarire. Un altro corridore delle fibre rapide è Alvaro Hodeg (’96), che ha vestito proprio la maglia della Deceuninck – Quick Step lasciata libera da Gaviria. Questi ha infatti (discutibilemente) deciso di accasarsi alla UAE – Emirates, in cui deve coabitare con Alexander Kristoff.

E poi c’è lui: Egan Bernal (’97), un predestinato. Come Lopez è uno scalatore che non si limita al compitino, ma appena ne ha la possibilità attacca. Contrariamente al connazionale però si difende, e parecchio bene, anche a cronometro. Se a 19 anni una vecchia volpe come Gianni Savio scommette su di te – “uno come lui nasce ogni 20 anni” – e a 22 anni sei il leader designato al Giro d’Italia della squadra che ha fatto incetta degli ultimi grandi giri (quattro su cinque), non puoi che avere le stigmate del campione. E pazienza se (l’ennesima) caduta ti cancella il sogno di attraversare l’Arena di Verona di rosa vestito. Il futuro, quello sì che è roseo e le occasioni non mancheranno.

Finiti? Nemmeno per sogno. Assieme ai fenomeni appena citati, si stanno affacciando al ciclismo dei grandi anche altri campioncini come Daniel Martinez (’96) e Ivan Sosa (’97) o talenti in erba come Miguel Florez (’96), Cristian Muñoz (’96) e Alejandro Osorio (’98).

Non ci resta che aspettare e vedere se pure loro contribuiranno a rendere più folta la sempre più grande costellazione colombiana.