Anche se c’è ancora qualche appuntamento per gli amanti delle due ruote (perlopiù gare d’esibizione), con il Giro di Lombardia che si è corso settimana scorsa il 2017 ciclistico può dirsi concluso. Arriva dunque il periodo dell’anno in cui i corridori possono tirare il fiato, godersi qualche giorno di vacanza e fare qualche sgarro alla dieta ferrea che seguono sostanzialmente per più di 11 mesi all’anno. Tutto ciò senza però mai tralasciare aspetti come contratti da firmare, serate alle quali partecipare o obbiettivi da fissare in vista dell’anno venturo.

La Classica delle foglie morte – così viene chiamato l’ultimo Monumento dell’anno – ha visto alzare le braccia al cielo Nibali. Capace di competere sia nei Giri da tre settimane (soprattutto nella terza settimana), sia nelle classiche di un giorno, che spesso si decidono in una frazione di secondo. Forte in salita, uno dei migliori in discesa. Ed è proprio in discesa che anche quest’anno ha fatto la differenza, scendendo da Civiglio, come due anni fa. Viste le sue doti camaleontiche non deve dunque sorprendere se lui, “lo Squalo di Messina“, abbia saputo adattarsi all’acqua dolce di lago e vincere per due volte di fila sul traguardo comasco.

Se i ricordi della settimana scorsa sono ancora freschi, quelli dei mesi passati cominciano a farsi meno nitidi, ed è dunque bene rinfrescarsi la memoria con una breve retrospettiva di ciò che ci lascia il 2017. Vittorie e sconfitte, sorprese e delusioni, certo. Ma il 2017 del pedale lo ricorderemo purtroppo per la prematura scomparsa di Scarponi. Un uomo, prima che un ciclista, di cui avevo già scritto all’indomani del terribile incidente che lo ha strappato ai suoi cari, che sono i suoi famigliari ma che in fin dei conti è tutto il mondo del ciclismo. Non è certamente un caso se praticamente ogni vittoria dopo quel terribile 22 aprile gli sia stata dedicata.

Oltre a Scarponi, il mondo del ciclismo – fortunatamente solo quello – dovrà dire addio dalla prossima stagione a Contador. “El Pistolero” è stato uno di corridori più vincenti di sempre nelle corse di tre settimane: 2 Tour, 2 Giri, 3 Vuelte; solo Merckx, Hinault e Anquetil hanno fatto di meglio. Ma a renderlo immortale (i francesi lo chiamano addirittura “Dieu”, lui che è spagnolo…) – oltre al palmarès – sono stati lo stile e la fantasia con cui ha corso durante tutta la carriera. Il suo procedere “en danseuse”, magari attaccando a più di 100 km dal traguardo, mancherà a un ciclismo sempre più schiavo di watt e auricolari. Mancherà eccome!

Assieme a lui ormai da qualche mese se n’è andato in pensione anche Boonen, che aveva salutato tutti quanti sul velodromo di Roubaix, dal quale aveva sollevato al cielo per quattro volte “la pietra magica”. Il ciclismo belga può però consolarsi nell’immediato futuro con Gilbert e Van Avermaet, mattatori delle Classiche del Nord, e un po’ più in là (ma nemmeno troppo) con i rampanti Stuyven, Teuns e Benoot. I “cugini” olandesi hanno invece in Dumoulin (Maglia Rosa a Milano e oro nella crono dei Mondiali di Bergen) una certezza per i prossimi – potenzialmente – 10 anni.

Per il resto i protagonisti principali sono stati anche quest’anno, nel bene e nel male, Sagan e Froome. Il primo – fra i ciclisti più amati – ha un po’ deluso in primavera ed è stato squalificato dal Tour de France perché ritenuto responsabile della caduta (e conseguente ritiro) di Cavendish. Poi però si è rifatto alla grande mettendo in bacheca il terzo titolo mondiale consecutivo, cosa mai riuscita a nessuno (peccato che in diretta non si sono visti gli ultimi chilometri…). Al secondo – fra i ciclisti più odiati – è riuscita la doppietta Tour-Vuelta. Per trovarne un altro capace di terminare al primo posto due Grandi Giri consecutivi bisogna tornare indietro di 19 anni (Pantani, Giro e Tour). Ai meriti del britannico cresciuto in Kenya vanno però aggiunti quelli della sua squadra, la Sky, che gli ha sempre messo a disposizione un manipolo di campioni da usare come gregari a suo piacimento.

Uno di questi è Kwiatkowski, forse il più impressionante quest’anno. Dapprima si è tolto lo sfizio di vincere Strade Bianche e Milano-Sanremo e di salire sul podio all’Amstel Gold Race e alla Liegi-Bastogne-Liegi. Poi ha funto da fondamentale “poisson pilote” per Froome al Tour. Infine, non pago, si è intascato la Clásica di San Sebastian e pure un bronzo in cronometro ai Mondiali. Un picco di forma durato da marzo a settembre. Un altro gregario fondamentale, questa volta sulle strade spagnole, è stato il giovane Moscon, il cui talento non è ormai più un mistero. Peccato per alcune questioni “extraciclistiche” – dalle accuse di razzismo a quelle di aver fatto volontariamente cadere Reichenbach – che ne hanno un po’ offuscato l’immagine.

Un ultima menzione va Davide Rebellin, che a 46 anni suonati è tornato a vincere dopo più di due anni dall’ultima volta. Professionista dal 1992 (!), con un palmarès che può annoverare una Tirreno-Adriatico (nel 2001!) e cinque Classiche delle Ardenne, ha trionfato a fine settembre nel Tour de Banyuwangi Ijen, gara a tappe indonesiana dal nome impronunciabile e certamente di scarso appeal, mentre ieri si è imposto in una frazione del più pronunciabile ma ugualmente poco affascinante Giro dell’Iran. Ma in fondo che importa? “Tintin” ha già annunciato che continuerà ancora almeno un altro anno, poi si vedrà.

Le foglie muoiono, il ciclismo invece va solo in letargo. Tornerà ancor prima che i germogli spuntino nuovamente sulle piante, pronto a farci vivere un’altra stagione intensa ed entusiasmante.