La Formula 1 è sempre stato uno sport molto apprezzato, anche se forse ora come non mai ha probabilmente raggiunto il più basso livello di interesse dalla sua creazione. I veri fan scompaiono poco a poco e si ha sempre meno voglia di seguire i Gran Premi che una volta facevano svegliare anche la domenica mattina alle 5 in barba a ogni volontà di dormire. Sono scomparse le lotte, sono scomparsi i sorpassi e i colpi di scena e sono scomparsi i piloti, o meglio gli uomini che vestivano i panni dei piloti, e che guidavano quelle rombanti monoposto. Si tratta di un’epoca che non c’è più, l’epoca in cui un pilota andava in pista per vincere dando tutto, perché sentiva l’adrenalina e quel brivido della velocità, perché voleva la fama, perché voleva dimostrare di essere il migliore e perché in lui era riposta la fiducia di tutta una scuderia. Un’epoca in cui si andava in pista a sgomitare, a sudare, a infiammare le folle. In cui si andava in pista consci però che si poteva anche morire.

Dagli anni 50′ fino agli anni 90′ la Formula 1 è cresciuta, attirando sempre più appassionati e stimolando l’interesse dei media, passando attraverso numerosi campionissimi che sono entrati nella storia, ma perdendone altri che avrebbero potuto fare lo stesso. Eppure il circo delle monoposto non si fermava mai. Nonostante il terribile incidente che coinvolse Niki Lauda o le drammatiche morti di Tom Pryce e di Gilles Villeneuve, fino al tragico weekend di Imola che costò la vita ad Ayrton Senna (e che fece da spartiacque nella storia di questa disciplina), i piloti non smettevano di continuare a rischiare, perché era quello che amavano fare, consapevoli che il Tristo Mietitore aleggiava costantemente sopra le loro teste, ma era anche quella una parte del gioco. Parafrasando Henry Morrogh, istruttore irlandese che ha formato tanti piloti di F1: “Erano altri tempi, tempi di divertimento. Oggi sia a due che a quattro ruote c’è tanta serietà, è noiso. Prima morivano in tanti, ma c’era comunque più allegria, che è quella che manca alla Formula 1 di adesso. Ora c’è tutta professionalità. All’epoca c’era meno professionismo ma c’era la grinta, c’era il divertimento. È cambiato tutto”.

Il rischio accendeva il tifo, i campioni che sfidavano la sorte e duellavano fino all’ultima curva esaltavano le folle. L’uomo si ergeva al di sopra della macchina in una sorta di “darwinismo moderno” che premiava quello che meglio si adattava alle condizioni della pista, alle tecniche di guida e alle battaglie psicologiche. Non mancavano i colpi di scena, ma era quello il bello, l’imprevedibilità che contraddistingueva ogni istante della gara. E gli scenari in cui si svolgevano queste battaglie erano da film, dalle piogge di Montecarlo, ai boschi di Hockenheim, alle scintillanti curve assolate di Monza ed Imola. Gli Stewart, i Piquet, i Prost, i Senna, gli Hakkinen e gli Schumacher erano protagonisti di un film o di un videogioco quantomai reale su cui gli occhi di milioni di fan erano puntati e che non venivano mai delusi.

Oggi la sicurezza è aumentata di molto, per fortuna e ci mancherebbe altro e non è certo questo il motivo della mancanza di spettacolo odierno (anche se va detto, ora si è arrivati addirittura a non girare più nemmeno con la pioggia…). Però l’eccessivo utilizzo di tecnologia, che rende il pilota solo una piccola parte del tutto, l’enorme problema economico generale, dove da una parte si vogliono fatturare miliardi e dall’altra si prendono i piloti che hanno maggiori sponsor e non maggiore talento, l’apertura a mercati ricchi ma di scarso richiamo, fino al continuo stravolgimento di regole e permessi ha finito per compromettere irrimediabilmente la F1 ed il suo spirito. Ha vinto il soldo, ma probabilmente ha perso lo sport. Quel che è certo è che l’epoca di quegli uomini, uomini veri, non tornerà più.