Roma, Anni ’60. Tra i vicoli del Rione Testaccio un ragazzino prende a calci un pallone. Si chiama Claudio Ranieri. Il suo tocco di palla non è particolarmente eccelso, tanto che dopo il soprannome di “Er Fettina” – il padre era macellaio – si guadagna pure l’appellativo di “Er Pecione”. Eppure, di seguire le orme paterne e consegnare carne ai clienti non ne vuole sapere. Vuole fare il calciatore. Nella sua squadra del cuore. E ci riesce. Poco importa se per farlo, proprio per la sua tecnica tutt’altro che sopraffina, deve trasformarsi da attaccante a terzino.

In realtà con la maglia della Roma disputa solo sei partite, dopodiché si trasferisce prima in Calabria (dove diventa un punto fermo del Catanzaro, di cui oggi è pure cittadino onorario), poi in Sicilia (Catania e Palermo). Un’onesta carriera, per carità, ma nulla più. Eppure la sua voglia di calcio – e di Roma – non è finita. Appesi gli scarpini al chiodo inizia l’avventura di allenatore. Non essendo stato un campione, condizione essenziale se vuoi evitare la gavetta, gli tocca iniziare dal basso.

I risultati raccolti con Vigor Lamezia e Campania Puteolana vengono notati da una nobile decaduta del calcio italiano, il Cagliari. In due anni Ranieri porta i sardi dalla C alla A e da lì inizia un viaggio che, in 30 anni, lo porta a sedersi su 15 panchine diverse (nella sua Roma e a Valencia addirittura due volte).

L’apice l’ha sicuramente raggiunto con il “miracolo” del 2016, quando da “underdog” – la quota era 5000/1, incontrare Elvis Presley vivo era dato a 2000/1 – il suo Leicester ha incredibilmente conquistato la Premier League. L’anno prima le Foxes si erano salvate all’ultimo e anche con l’arrivo dell’italiano, accolto con parecchio scetticismo da stampa e tifosi, la permanenza nella massima serie inglese sembrava l’unico obiettivo possibile. Da allora Ranieri è diventato King, Sir, Hero, persino God.

Lodato e osannato da chiunque. Eppure prima della “più grande storia mai narrata, e che verrà raccontata negli anni a venire finché su questo pianeta si giocherà a calcio”, come hanno chiosato i media britannici, Ranieri era considerato un eterno perdente. Questo perché ogni volta che ha avuto fra le mani una cosiddetta “grande” non è mai andato oltre il secondo posto. Anche se, spingendosi un po’ più in là nell’analisi, non si può non notare che ha portato la Juventus, nel suo periodo più buio, in Champions League da neopromossa. Oppure che ha portato la sua Roma a sfiorare uno storico Scudetto.

L’unico vero fallimento – questo sì – è giunto quando si è lanciato nella sua unica esperienza da commissario tecnico, con la Grecia. Esonerato dopo neanche quattro mesi in cui in quattro partite ha raccolto un misero punto. Ma ci sono allenatori non adatti a fare i selezionatori, quelli che devono inculcare le loro idee sul campo giorno dopo giorno. Formatori più che semplici assemblatori. Per questo è preferibile non avere a che fare con campioni affermati, ma piuttosto con calciatori affamati. In modo da poter mettere in atto il proprio sistema di gioco – in questo caso il suo fedelissimo 4-4-2 – e trasmettere il proprio credo calcistico. Che, da buon ex difensore, per Ranieri è non prendere gol e solo dopo pensare a farli.

È infatti fuori discussione che i successi veri Ranieri li abbia raccolti con squadre di poco blasone o ereditando situazioni che parevano disperate. Oltre alla già citata Premier con il Leicester, la Coppa Italia e la Supercoppa italiana con la Fiorentina in un anno, il 1997, in cui la concorrenza certamente non mancava. O ancora i due titoli nelle due diverse avventure a Valencia e la promozione con successivo secondo posto (dietro all’inarrivabile PSG) con il Monaco.

E così pure nella sua ultima (per ora) fatica che si chiama Sampdoria. Una squadra senza grandi nomi e con il sempreverde Quagliarella un po’ meno verde, che Ranieri ha raccolto dall’ultimo posto in classifica e condotto alla salvezza con quattro giornate d’anticipo. Poco importa che con la matematica certezza di rimanere in Serie A abbia perso il suo primo derby italiano dopo averne vinti nove (e pareggiato uno) fra Torino, Roma, Milano e appunto Genova.

Al di là dei risultati, delle vittorie e delle sconfitte, degli alti e dei bassi, ovunque è andato Ranieri si è sempre distinto per signorilità. Non è un caso che ogni volta che è stato esonerato – più spesso è stato lui a dimettersi – è poi stato ingaggiato da un altro club in tempi brevissimi. Ma forse, oltre ai suoi modi educati, a convincere i vari presidenti ad affidargli le sorti delle rispettive squadre è stata proprio la sua cocciutaggine, la sua ostinazione, il suo saper guardare sempre avanti. Come ha fatto nel 2016, quando dopo un exploit del genere, ottenuto a 64 anni, avrebbe anche potuto uscire di scena. Da ben più che “semplice” vincitore.

Invece no, perché Ranieri è un uomo con la testa dura e proprio per questo non ha mai smesso di sognare. Nemmeno che un anno e mezzo dopo aver perso contro le Fær Øer si potesse vincere una Premier League.