Per non risultare scortesi, solitamente, non si chiede l’età a una donna. Eppure, questa, è una ricorrenza importante. Una ricorrenza che deve essere ricordata e celebrata. Non presenta né rughe, né primi sintomi dell’avanzare dell’età. Anzi, è solamente nei minuti iniziali di una partita, quella contro i pregiudizi, lunga, faticosa e inesorabile. Numerose polemiche e rinunce, ma anche qualche piccola vittoria. Una storia, quella dei primi cinquant’anni del campionato svizzero di calcio femminile, che, seppure nel suo piccolo, ha collezionato notevoli trofei e formato giocatrici di spessore internazionale. 27’000 licenze, dieci volte di più di vent’anni orsono, e circa 500 squadre. Evoluzione da ricondurre, principalmente, alla prima qualificazione della Nazionale rossocrociata alla fase finale di una Coppa del mondo. Ma, soprattutto, alla volontà dell’Associazione svizzera di football (Asf), in particolare di Franziska Schild e Tatjana Hänni, di promuovere e investire anche sul calcio femminile. I giri di orologio all’attivo, però, sono ancora parecchi: vivere di questa disciplina, perlomeno in Svizzera, rimane oggigiorno impensabile.

Gli albori

Nei confini nazionali le prime informazioni relative all’attività calcistica riconducono nel 1923, allorché, l’allora giavellottista Florida Pianzola, istituì a Ginevra una delle prime formazioni femminili, ‘Les Sportives’. Una dozzina di ragazze amanti del pallone che, regolarmente, si radunava nel campo privato di famiglia per effettuare i propri allenamenti. La copertura mediatica di quel tempo risulta piuttosto lacunosa e, così, per reperire ulteriori notizie sulla pratica del calcio femminile è necessario tergiversare una decina di anni. Nel 1930 l’Fc Adliswil organizza un torneo locale, la cui attrazione principale è una partita di dimostrazione fra l’Associazione di ginnastica (Respolco Ag) e il coro di paese (Töchterchor). L’attenzione dei curiosi accorsi, infatti, non è focalizzata sulle ambizioni sportive delle giocatrici, bensì sulla grazia e l’eleganza che manifestano in campo… Per la fondazione di un primo campionato, tutto al femminile, si deve quindi tentennare altri quarant’anni. A metà del Novecento, l’idea di programmare un match internazionale – Olanda contro Germania – a Basilea solleva un’ondata di proteste e scetticismo, soprattutto in virtù delle affermazioni dell’Associazione svizzera di atletica e calcio: “La manifestazione rientra nelle attività di intrattenimento, nella categoria delle esibizioni circensi”.

A rimettere sotto la luce dei riflettori il calcio femminile sono le sorelle Monika e Silvia Stahel, fondatrici della prima squadra non ufficiale, l’Fc Goitschel, in onore delle sciatrici francesi Marielle e Christine. Dopo che videro sfumare il desiderio di poter disputare una partita ufficiale, le giovani donne, e con loro altre dodici ragazze, beneficiarono della mancanza di direttori di gara per effettuare una formazione in qualità di arbitri ed entrare finalmente a far parte del calcio istituzionalizzato. “Le ragazze munite di fischietto erano sorprendentemente benaccette, rispettate.” Emblematica la carriera di Nicole Petignat, prima donna ad aver diretto una gara nei preliminari di Coppa Uefa maschili. Ai tempi di Monika e Silvia, però, le donne non potevano nemmeno essere membri attivi di una società. Così, mentre in tutta la Svizzera sbocciavano formazioni non ufficiali a destra e a manca, la dodicenne Madeleine Boll comparve sventuratamente sulle prime pagine delle più grandi testate internazionali.

Ricevuta la propria licenza nonostante fosse una giovane donna, la vallesana viene schierata nel match ‘antipasto’ della partita di Coppa Europa fra Sion e Galatasaray Istanbul. Notizia che, prontamente ripresa dai media, prende in contropiede la Federazione, che istintivamente revoca il permesso a Madeleine. Secondo le normative, “mostrare il corpo femminile fa male alla decenza. Nella lotta per il pallone, la grazia scompare, il corpo e l’anima subiscono inevitabilmente un danno”. Rinvenuta una nuova possibilità nella squadra scolastica di Losanna, l’ormai sedicenne si vede nuovamente costretta a interrompere la propria carriera agonistica sicché il mercoledì pomeriggio deve sostenere i corsi di economia domestica. Ma, Madeleine, è una ragazza che non gioca di rimessa. E così, imbeccata da un legale ticinese, sbarca in Italia, all’epoca il miglior campionato del mondo, fra le fila dell’Acf Gommagomma. Cinque lunghi anni a far la spola fra il Vallese e Milano: per continuare a frequentare la scuola, durante la settimana si allena nella squadra di terza lega del ‘Granges’ mentre nel weekend sfida giocatrici del calibro di Stefania Medri.

 

La nascita del campionato

Nel frattempo, in Svizzera, si tiene la prima partita 11 contro 11 che vede l’Fc Goitschel duellare contro alcune giocatrici della cittadina di Wohlen unite a una formazione di Zurigo, sconfitte poi per 6 reti a 0. Per la compagine basata sulle rive della Limmat però questo è solamente l’inizio di una lunga cavalcata che, il 21 febbraio 1968, sfocia nell’istituzione delle Damen Fussball Club Zürich, prima squadra ufficiale. Un punto di svolta, che rese finalmente il calcio praticabile da tutti. A pochi giorni di distanza, le tigurine s’impongono sull’Heuried, sceso curiosamente in campo indossando i pantaloncini del Santos. I media, tuttavia, continuano a porre maggiormente l’accento sulla fisicità delle giocatrici piuttosto che sul tasso tecnico. Nell’immaginario collettivo il calcio femminile rimane una disciplina che merita poca considerazione. Di puro divertimento. Ecco, quindi, che l’istituzione del primo campionato ufficiale il 24 aprile 1970 pare una storia destinata a perire sul nascere. Eppure, i primi anni sono un successo. Dal predominio dell’Aarau, alla serrata lotta fra il Dfc Bern e l’Sv Zürich Seebach, fino all’egemonia finale dello Zurigo.

L’Fc Zürich Damen (Fonte: Silvana Alfare Isacchi, FCZ Museum)

Dapprima ridicolizzato, denigrato e schernito, il calcio femminile si è lentamente ripreso la propria rivincita in virtù della prima edizione dei Mondiali, non ufficiali, in Italia (1970). La Svizzera è presente; il percorso è più breve del previsto: sconfitta dalle padrone di casa, esce ‘mestamente’ dai giochi dopo solamente una partita. Negli anni rimarrà però impresso il parapiglia occorso a Fiorenza Kretz, quella Fiorenza Kretz che si vide sventolare in faccia il primo cartellino rosso dell’ancor giovane storia della Nazionale rossocrociata. In campo un vero e proprio peperino. Ma, nella partita inaugurale contro le padrone di casa, Fiore ha tutte le ragioni per ritenersi oltraggiata dopo che, per un mero equivoco tecnico, le viene vietato di entrare in campo. Tant’è. Duello dopo duello, le ragazze sono comunque riuscite a conquistare quel ruolo di primattrici che fin dall’inizio gli spettava.

C’è ancora molto da fare

Forte del riconoscimento da parte dell’Asf, del programma di promozione e dell’inaugurazione del centro di formazione di Hutwil (ora Bienne), per il calcio femminile a inizio anni 2000 è ora di spiccare il volo. E così anche per l’ormai ex capitano della Nazionale Lara Dickenmann. Un pilastro. Il regista della zona mediana rossocrociata, la prima stella a brillare anche sui campi internazionali, che fin dalla tenera età s’ispirava ad Alain Sutter e Zinedine Zidane. Una volta, infatti, non esistevano idoli al femminile a cui potersi ispirare. Ora, invece, le giovani possono prendere come punto di riferimento le Lia Wälti, le Viola Calligaris e le stesse Lara Dickenmann. E, questo, grazie a Martina Voss-Tecklenburg, una visionaria non solamente a livello sportivo, ma anche di visibilità. Lei, che ha permesso di sviluppare un concetto di calcio femminile elvetico, ha creduto nelle potenzialità delle ragazze consentendo loro di tentare un’esperienza all’estero.

La prima partita, non ufficiale, della Nazionale svizzera

Nonostante le giocatrici si allenino ogni giorno sotto la guida di tecnici qualificati e seguendo programmi individualizzati, le società femminili sono ancora costrette a battersi per piccoli riconoscimenti: delle infrastrutture, delle divise, dei budget più cospicui. Ed è proprio per questo motivo che nel museo dell’Fc Zurigo è stata allestita un’esposizione dal tema “Eine eigene Liga! 50 Jahre Frauenfussball in der Schweiz”, che riaprirà nuovamente ai visitatori il prossimo 17 di agosto. Sì, perché, nonostante sia migliorato esponenzialmente a livello tecnico, il campionato di calcio femminile rimane una lega formativa. Un trampolino di lancio verso nuovi orizzonti, da molti sottovalutato, perlopiù svizzero centrale. Un treno in corsa che il Ticino rischia di perdere. A mancare, infatti, sono le giocatrici. Dei settori giovanili, come quello dell’As Gambarogno, interamente dedicati alle ragazze. Buoni segnali giungono da Balerna, Chiasso, Arzo ed Ascona, ma non è sufficiente. Per il momento godiamoci la ripresa del campionato, quest’anno sotto il nome di Axa Women’s Super League, prevista per il 13 di agosto. Al Kybunpark è in programma il ‘Season Launch’ fra San Gallo e Grasshopper. In fondo, le regole e le tattiche di gioco sono le medesime. Il calcio è sempre calcio, sia maschile che femminile.