Quella che stiamo per raccontare è una storia che avrebbe potuto percorrere svariate ed infinite strade, ma le possibilità, anche se molteplici, alla fine ne hanno tracciata una sola, ampia, seppur con alcune profonde buche, quasi fossero dei crateri, una lunga autostrada che ha il suo principio in Portogallo, si protrae sino in Italia, poi è la volta della Spagna e poi ancora torna nello Stivale d’Europa. E’ una storia intrisa di opposti, è un ossimoro, l’ossimoro portoghese.

Per capire qualcosa facciamo un salto indietro nel tempo, pochi decenni, ma restiamo nella penisola iberica, restiamo in Portogallo, terra dove la nostra avventura ha inizio, e teniamo bene a mente che stiamo raccontando di opposti. Paradossalmente, per adesso, il protagonista non è un uomo di sport e non ha nulla in comune al gioco del calcio, al massimo avrà potuto calciare qualche pallone di cuoio sgualcito durante l’infanzia trascorsa a Matosinhos, città sull’Oceano Atlantico a pochi chilometri da Porto, ma nulla più. Il nostro primo attore è uno fra i più importanti architetti contemporanei, Álvaro Joaquim de Melo Siza Vieira, semplicemente Álvaro Siza. Le architetture di Siza sono un continuum ed un inno al Razionalismo: fortemente arricchite di esperienze personali, intrise di materiali e metodologie costruttive tradizionali del luogo ove vedono la luce, flessibili alle esigenze umane, monocromatiche e monomateriche il più delle volte. Non esistono elementi principali e secondari, ogni entità ha la sua estrema importanza, ogni architettura deve possedere una propria identità e deve caratterizzare il Paesaggio circostante, che, d’altronde, per Siza è tutto quello che esiste nel campo visivo dell’uomo. Bene, a questo proposito, il campo visivo del nostro secondo protagonista, per opposto, non è il Paesaggio, piuttosto il pallone o, sarebbe meglio dire, la gamba.

E’ il 2 Agosto del 1969 e ci troviamo ancora in Portogallo, nel distretto di Aveiro, precisamente nella cittadina di Espinho, venticinque mila anime circa, il clima tipicamente atlantico rinfresca la calda estate e questa data segna l’incipit del nostro viaggio, nasce il nostro secondo attore, che da adesso rapirà la scena, nasce Fernando Manuel Silva Couto o, se preferite, semplicemente Couto, Fernando Couto. Espinho è, quindi, il casello d’ingresso della lunga e travagliata autostrada che percorreremo insieme al difensore portoghese e non avremo bisogno di pagare alcun pedaggio, a quello ci penseranno gli avversari, anzi, il più delle volte, calcisticamente parlando, ci penseranno le loro gambe o il destino.

Sono questi gli anni in cui in terra lusitana la “Rivoluzione dei garofani” porta alla caduta della dittatura imposta del regime autoritario di António Salazar e conduce il Portogallo pian piano al ritorno alla democrazia ed alla rinascita economica e sociale e continua a splendere anche la generazione calcistica: Luís Figo, Rui Costa, Nuno Gomes, Paulo Sousa faranno parte della Seleção Portuguesa e da qui a poco ognuno di loro farà il proprio esordio nel rispettivo club di appartenenza.

Fernando Couto esordirà il 2 Giugno del 1988. Siamo all’Estádio das Antas, gli spalti sono gremiti come sempre e quasi in cinquanta mila indossano la casacca dei Dragões a supportare i propri beniamini. Ci troviamo nella tana del Porto e si gioca una delle ultime partite, di una gloriosa stagione tra l’altro, contro l’Academica. Sin dall’inizio della gara nella formazione titolare dei padroni di casa compare un ragazzone appena diciannovenne schierato in difesa. Un metro e ottantaquattro per ottanta chili circa ed una folta chioma ondulata a guidare la difesa, questo è Fernando Couto e, seppur il suo aspetto ricordi più una rockstar del momento che un calciatore, si mostra risoluto nelle scelte, attento nelle chiusure, ma soprattutto meravigliosamente rude negli interventi, i suoi contrasti sono ineccepibili, appaiono come una sentenza sugli attaccanti avversari ogni qual volta vengono affondati e questo aiuterà il Porto a concludere la gara a porta inviolata e la stagione in maniera impeccabile. Couto ha appena percorso il primo tratto della sua lunga autostrada in modo chiaro e leggibile. Sì, leggibile, perché è evidente sin da subito che non si tratta di un difensore qualunque, si tratta, piuttosto, di un difensore eclettico, decisivo e lucidamente folle.

La follia del centrale portoghese colpisce il Parma di Nevio Scala, che nell’estate del 1994 decide di portarlo in Italia e questa è solo la prima delle due tappe nella penisola. Couto arriva in un Parma che nutre forti ambizioni, l’anno precedente ha perso la Coppa delle Coppe solo in finale al cospetto dei Gunners londinesi, e l’allenatore, Scala, ha intenzione di rifarsi. Intende migliorare il gioco e la difesa ed a proposito di ciò pensa di schierare Fernando come libero nel pacchetto difensivo dei gialloblù e, come non bastasse per il portoghese, intensifica i metodi di allenamento con carichi di lavoro molto pesanti, che inizialmente faranno storcere il naso al centrale, abituato a ritmi più blandi in madrepatria. Ma giusto il 4 settembre dello stesso anno è già tempo di lanciarsi in un’incosciente capriola in avanti con le mani portate dietro la nuca, Fernando Couto è solito esultare così, e contro la Cremonese ha appena segnato all’esordio in Serie A. Quello stesso anno Couto guiderà in modo quasi perfetto la retroguardia del Parma e con loro conquisterà la Coppa Uefa. A stagione conclusa il centrale portoghese si consacrerà come uno fra i migliori difensori della scena mondiale.

Dopo due stagioni in Italia si fanno i bagagli e si parte, la prossima tappa avrà tinte blaugrana, la prossima tappa sarà Barcelona. Prima di arrivare in Spagna, però allungheremo sino in Portogallo, perché è qui che Vítor Baía prova a convincere Fernando Couto, un’afosa sera dell’estate del 1996, a sposare il progetto sportivo in Catalonia, gli spiega come non ci sia occasione migliore per vincere e convincere e, soprattutto, per mettersi ulteriormente in mostra e, poco importa se, nelle due stagioni trascorse al Barça, Couto non riuscirà mai a lanciarsi nella sua folle esultanza, effettivamente le marcature non si schioderanno dallo zero, ma le presenze, anche decisive, quelle sì. Saranno quarantaquattro le apparizioni al Camp Nou, arricchite da sei trofei conquistati, di certo una scelta perfetta quella del portoghese, che per di più qui troverà anche dei connazionali: lo stesso Baía, Figo ed un vice allenatore destinato ad incidere il proprio nome, nel bene o nel male, nel libro del calcio, José Mourinho, senza dimenticare il suo assistente tecnico, André Villas Boas. Questa sembra una storia di conquistadores portoghesi, di predestinati, di incroci appositamente studiati, quasi progettati e cercati, invece è tutto dettato dal caso, è tutto segnato dalle sole scelte, spesso contrastanti e talvolta azzardate, di Fernando, come il suo modo di giocare d’altronde, come la lucida follia che satura completamente la sua indole.

Ma nulla dura per sempre, come scrive Axl Rose in “November Rain” nei versi: «Nothin’ lasts forever and we both know hearts can change» e metaforicamente anche nella nostra storia cambiano i cuori ed i sentimenti che tra loro si intrecciano. Sono trascorsi due anni dall’approdo al Barcelona e per Couto è di nuovo tempo di cambiare aria, partire, andare via, aggrapparsi ancora una volta a quell’istinto schizofrenico che lo ha sempre segnato, ed a dire il vero torna dov’era già stato prima, torna in Italia, ma non si ferma a Parma, si spinge sino alla Capitale. E’ il 1998 e Fernando Couto vestirà la maglia celeste della Lazio e qui resterà per ben sette anni. A Roma l’avventura del portoghese sarà segnata da alti e bassi, perché seppur la Lazio conquisti diversi trofei in questi anni, in realtà inizieranno a trasparire i primi crateri lungo il percorso del centrale. E’ prima, nel 1999, una scivolata in allenamento ai danni di Sérgio Conceição a far sfiorare la rissa fra Couto e Roberto Mancini, intervenuto nel diverbio fra i due connazionali, mentre l’anno successivo sarà la volta del duello tutto latino e caliente con il Cholo Simeone ed i due non se le manderanno di certo a dire. Le difficoltà però non terminano qui.

28 gennaio 2001, Fernando Couto viene squalificato per doping, vicenda contrastante e vissuta sugli scudi anche questa, scudi che però portano il centrale a vedersi ridotta la squalifica da dieci a quattro mesi, perché sostiene che sia colpa della sua chioma se abbiano trovato la positività al nandrolone, poiché Fernando pare sia solito utilizzare uno shampoo che ne contenga traccia in discreta dose, ma non dilunghiamoci, questo è un aspetto di questa storia che poco ci importa. Piuttosto ci colpisce come nel 2004, Couto, divenuto nel frattempo capitano della Lazio e leader nello spogliatoio, decida, senza pensarci due volte, di tagliarsi lo stipendio per aiutare la Società e, quasi a vendicarsi della carismatica scelta, il destino gli si ritorce subito contro: nel maggio dello stesso anno Couto si infortunerà e chiuderà la sua personale stagione in Italia con tre settimane di anticipo, così come, salutando l’Olimpico di Roma, l’esperienza alla Lazio. Tutto però sembra sistemarsi di nuovo quell’estate, perché Couto arriverà in finale del Campionato Europeo, da capitano per di più, con il suo Portogallo e contro di loro troveranno la Grecia, o sarebbe meglio dire, Couto troverà contro di sè ancora una volta il destino. Sì, perché i lusitani perderanno proprio l’ultima gara della competizione e Fernando dirà addio alla Nazionale.

L’anno successivo Fernando si riprende gioco del destino: lo sfida, lo cerca ed in modo beffardo, dopo dieci anni sceglie di tornare di nuovo a Parma, ma non c’è nulla da fare. Qui i crateri diventeranno voragini, i gialloblù retrocederanno e Couto si renderà di nuovo protagonista di vicende spiacevoli, lo sputo verso Erjon Bogdani, le mani sul volto a Giorgio Chiellini e le prove TV divenute intanto pura routine. Fernando Couto non è più quello di un tempo, Couto non si emoziona più per le entrate al limite sul pallone o spesso anche sull’uomo, magari altresì cattive, ma vigorose, decise, vivide appunto. Couto capisce che è giunto il momento di farsi da parte, come tutti prima o poi, d’altro canto.

E’ un’afosa sera d’estate, quasi come dodici anni prima, come nel 1996, ma questa volta non c’è  Vítor Baía a conversare con Couto. No, Fernando è solo e sta pian piano riavvolgendo il nastro della sua carriera, vede scorrere davanti a sè i sacrifici e le vittorie, le gioie e le delusioni, il furore agonistico, le sciocchezze commesse e le lucide follie che lo hanno segnato, è tutto intriso di sentimento, tutto durante la sua avventura possiede una propria identità ed un perché, tutto, ogni singola scelta, proprio come un’architettura di Siza. Fernando ha capito che l’ossimoro portoghese è ormai giunto al capolinea, la lunga autostrada si è ormai conclusa, il calcio giocato resterà un segno indelebile, ma adesso è giunto il momento di fermarsi, adesso è giunta l’ora di appendere gli scarpini al chiodo, come tutti prima o poi d’altro canto, come i grandi campioni.