Johannesburg 2010 – È l’evento dell’anno, l’evento che tutti gli appassionati aspettano. Questa notte, il mondo del pallone conoscerà il nome della nuova regina e, in qualsiasi caso, la pretendente al trono siederà per la prima volta nella storia. Spagna o Olanda. Olanda o Spagna. Le pagine di storia attendono solamente d’essere scritte, il capitolo Johannesburg, il capitolo Sudafrica sta per volgere al termine. Da una parte Casillas, Puyol, Xavi e Iniesta, dall’altra van Bronckhorst, all’ultima presenza con la maglia della nazionale, Robben, Sneijder e van Persie.

Calcio d’inizio, oltre 84 mila spettatori a gremire gli spalti del Soccer City, milioni di appassionati e non incollati allo schermo. Per gli iberici si tratta della prima finale mondiale della storia, mentre per gli Oranje è la terza apparizione dopo quelle del 1974 e del 1978, entrambe perse.
L’incontro si accende sin dai primi minuti, le squadre sono nervose e adottano uno spirito attendista. La paura di sbagliare è grande, la consapevolezza di essere a un passo dalla conquista del trofeo, della gloria eterna, è vivida.
La Spagna, forte del successo all’europeo svizzero-austriaco, ha piena fiducia nei propri mezzi, potendo contare sul talento cristallino dei propri uomini, figli di una generazione d’oro. Tra le fila olandesi invece danza lo spirito delle due finali perse, un peso non indifferente da portare sulle spalle.

Le due compagini, asserragliate in difesa, si prendono del tempo per studiare l’avversario, qualche intervento ruvido non manca e i cartellini, per mano dell’arbitro Howard Webb, iniziano a fioccare. La partita si fa maschia, l’adrenalina scorre nelle vene dei ventidue campioni.
Alla prima pausa il parziale è fermo sullo 0-0, con gli Orange costretti a chiudere in dieci uomini, in seguito all’espulsione di Nigel de Jong, autore di un’entrata scellerata ai danni di Xabi Alonso; un vero e proprio colpo da karateka. Da segnalare, inoltre, qualche occasione capitata sui piedi del capitano degli Orange Giovanni van Bronckhorst e delle Furie Rosse Sergio Ramos e David Villa.

Nella ripresa è tutto un altro vedere, l’estro di alcuni attori fa saltare gli schemi – complice anche l’inferiorità numerica olandese – e si assiste a rapidi capovolgimenti di fronte, come la prima occasione capitata sul piede di Arjen Robben, magistralmente imbeccato da un passaggio filtrante dell’altro asso a disposizione del tecnico van Marwijk: Wesley Sneijder.

L’incontro si trascina verso il novantesimo e pare destinato all’appendice dei supplementari quando, ancora una volta, Robben scatta sul filo del fuorigioco, infilandosi tra le casacche di Puyol e Piquè; è una lotta di muscoli, a spuntarla è chi ha più fiato in corpo, più fortuna nei rimpalli. Sì, sono un paio di batti e ribatti a favorire l’olandese, a far inciampare Puyol e a tagliar fuori dalla corsa Piquè. La sfida è lanciata: Robben contro Casillas, si decide tutto in pochi secondi, in pochi metri, il primo a fare la mossa sbagliata viene sbranato dall’altro. Lo stadio si ammutolisce, vuvuzela comprese, il tempo si ferma, la palla si solleva da terra, si allontana dal piede dell’olandese, scavalca Casillas che d’istinto si era gettato a impedire una conclusione rasoterra. La sfera viaggia in direzione della porta, sullo sfondo i flash dei fotografi che vanno a inquadrare l’istante che farà la storia, il tocco che regalerà ai Paesi Bassi il primo sigillo nella storia mondiale, la rete che deciderà la sfida e precederà il fischio finale di Webb.
Finalmente, i tulipani crescono anche sul tetto del mondo.