Forse il nome di Manute Bol non dirà molto ai più. Ma anche se non si è uno dei nostalgici della NBA di una volta, il racconto della vita di questo folkloristico personaggio non può lasciare indifferenti. La sua carriera, le sue iniziative e le leggende che lo circondano, forse seconde per numero solo a quelle di Dennis Rodman, sono ormai entrate di diritto nella storia della pallacanestro e il suo ricordo (è scomparso nel 2010) sopravviverà probabilmente per sempre negli almanacchi di questo sport.

Nato in una cittadina sperduta di quello che ora è Sud Sudan in una data non meglio precisata, Manute Bol faceva parte del gruppo etnico dei Dinka, una delle popolazioni più alte al mondo. Lui stesso raccontò di come suo padre fosse 2m03 e sua madre addirittura 2m08, perciò non è sorprendente scoprire che il buon Manute crebbe sino a diventare 2m31, ovvero quello che è sino ad oggi il più alto giocatore di sempre della NBA (al pari di Gheorge Muresan).

Dopo una breve passione per il calcio, per il quale non era “tagliato”, Bol passò al gioco della pallacanestro. Don Feeley, ex coach della Fairleigh Dickinson University del New Jersey, nel 1982 finì ad allenare proprio in Sudan, dove scoprì questo gigante e riuscì a portarlo negli Stati Uniti. Lì il giovane africano cominciò un vero e proprio periplo per tutto il paese. Inizialmente la Cleveland State University avrebbe voluto ingaggiarlo, ma i problemi di lingua e di passaporto lo impedirono. Bol infatti all’epoca non parlava una parola di inglese, inoltre non aveva un certificato di nascita (gli venne affibiata come data il 16 ottobre 1962, ma erano tutti concordi nell’affermare fosse più vecchio) e l’altezza riporta nel documento non coincideva con quella reale. Il motivo? Quando in Sudan lo misurarono dovette sedersi perché era troppo alto…

In seguito venne draftato nel 1983 dai Los Angeles Clippers, ma la scelta fu invalidata sempre per problemi di passaporto e perché il buon Manute non si dichiarò eleggibile in tempo. Alla fine, con un programma di inglese per studenti, il sudanese riuscì ad iscriversi alla University of Bridgeport nel Connecticut, dove in una stagione vantò medie di 22.5 punti, 13.5 rimbalzi e 7.1 stoppate a partita. La piccola palestra universitaria, che normalmente richiamava 500-600 spettatori, registrò il tutto esaurito (1800 persone) quell’anno, a causa della curiosità di vedere quel gigante venuto da lontano in azione.

Nel 1985 avvenne finalmente il suo sbarco nella NBA nonostante il parere contrario di molti che gli consigliavano di restare ancora un anno al college. Ma Bol ammise come diventare professionista fosse l’unico modo per guadagnare abbastanza per permettere a sua sorella di lasciare il Sudan. I Washington Bullets gli diederono un’opportunità e Bol non se la lasciò sfuggire. Nonostante il fisico esile (pesava appena 90kg), il buon Manute divenne un importante uomo di rotazione per ben 10 stagioni nella lega, specializzato ovviamente nella fase difensiva: in carriera vantò appena 2.6 punti a partita, ma anche 3.3 stoppate per match (nel suo anno da rookie addirittura 5 a partita, seconda più alta media di sempre). Nel suo periodo con i Golden State Warriors sviluppò anche un discreto tiro dalla distanza e i suoi canestri da tre divennero ovviamente subito delle highlights!

Dopo una breve parentesi anche in Italia a Forlì, i continui problemi fisici lo costrinsero definitivamente al ritiro. Nel suo post-carriera dedicò parecchio tempo alla beneficenza ed al raccogliere denaro per aiutare i poveri, i giovani ed i rifugiati del proprio paese fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 2010. Charles Barkley diceva di lui:”Se tutti al mondo fossero come Manute Bol, allora sarebbe un mondo in cui mi piacerebbe vivere. È intelligente, legge il New York Times, sa quello che succede in parecchi ambiti. Non è un tizio solo da pallacanestro”.

Durante la sua carriera nacquero diversi miti attorno alla sua persona, molti dei quali raccontati da suoi compagni di squadra. Uno riguarda la sua gioventù: pare infatti che all’epoca in cui viveva nel suo villaggio, per proteggere la propria famiglia riuscì ad uccidere un leone con una lancia, anche se apparentemente l’animale stava dormendo. Jayson Williams, compagno ai tempi di Philadelphia, raccontò di come per mettere su peso Bol venne invitato a bere parecchie birre: “Girava con la birra in mano mentre era nudo nello spogliatoio. Non ha mai giocato una partita da sobrio“. Sempre lo stesso Williams afferma che, in seguito alla domanda sulle cicatrici sulla testa di Bol, questi gli rispose che siccome non aveva un documento di nascita si faceva un taglio in testa ogni cinque anni. Contandole però Williams scoprì che il sudanese avrebbe avuto, all’epoca, 55 anni (e non 35)! O ancora pare che al fine di sposare quella che poi sarebbe diventata sua moglie, Bol avrebbe pagato 80 mucche! Leggendarie o meno, queste storie sono diventate parte integrante della vita di quel gigante buono, rimasto nel cuore di molti e che per sempre serviranno a far restare il nome di Manute Bol nella storia della NBA.