Gli occhi chiusi. Le mani che ondeggiano. A destra. A sinistra. Nella mente, un unico pensiero. Il rumore è attutito. Il tempo scorre inesorabilmente. E, così, anche il numero dei pettorali. Finalmente giunge il momento di posizionarsi dinanzi al cancelletto di partenza. Adrenalina, impazienza, paura. Un turbine di emozioni. A rompere quel silenzio, il riecheggiare di un suono. Bip, bip, bip. E, immediatamente, vieni riportato alla realtà. Al croccare delle lamine sulla neve ghiacciata. Al fruscio di una porta. Ai muscoli che fremono. All’incitamento della folla festante. Curva dopo curva, verso valle. Il fiato grosso. Le gambe pesanti. Il cuore batte all’impazzata. La linea del traguardo è sempre più vicina. Pochi centesimi separano dalla gloria. Superi l’immenso striscione d’arrivo e, istintivamente, ricerchi un’indicazione: il cronometro. La luce, però, è rossa… sei secondo.

Sei il più forte. Il più veloce. Ma, improvvisamente, succede qualcosa di incomprensibile e la vittoria ti sfugge dalle mani. Una curva troppo stretta, un tiro che colpisce il ferro, un pallone che finisce sugli spalti. Arrivi a un centimetro dal riscrivere pagine di storia e, per via di una fortuna beffarda, devi fermarti. È il destino degli eterni secondi. Veri e propri fuoriclasse che, nonostante una carriera di spessore, quel successo che spedisce di diritto nell’Olimpo dei più grandi l’hanno solamente sfiorato. Sudore, allenamenti e sacrifici. Nulla può contro la nikefobia, quel meccanismo involontario che s’innesca sempre nel momento più inopportuno. I pronostici sono a proprio favore, ma la mente fa cilecca. E, il profumo della vittoria sfuma sempre di più. Il motivo: vincere fa paura. “L’atleta, quando intravvede la possibilità di raggiungere il proprio obiettivo, è così terrorizzato da quello che potrebbe succedere che mette in atto tutta una serie di comportamenti che lo inducono a compromettere la propria prestazione. A non vincere – spiega Giona Morinini, psicologo dello sport -. Ad esempio un ciclista in fuga, ormai a pochi chilometri dall’arrivo, è vicinissimo al successo di tappa. Ma, nel momento clou, invece di insistere nella sua azione, inizia a farsi prendere dall’ansia”. Ad avere più dubbi che certezze. ‘Chissà cosa succederà? Riuscirò a vincere? A essere all’altezza delle aspettative?’ Delle preoccupazioni così incombenti che, in maniera involontaria, indurranno l’atleta a sabotare la riuscita della propria performance. D’altronde, prevenire è meglio che curare. «Ecco, quindi, che quando la fobia ha il sopravvento, nella mente dell’atleta si scatena una tempesta di emozioni (definite come qualche cosa di irrazionale e soggettivo). E, perciò, si tende a fermarsi prima di scoprire se effettivamente si riuscirà a gestire questa nuova situazione. Ad assumere un ruolo che, in quel momento, si sente di non meritare».

La linea che divide la gloria dall’anonimato di un piazzamento d’onore è sottilissima. Non si può sempre vincere. Ma, allora, come riconoscere la nikefobia? «Innanzitutto, deve essere distinta dalla ‘semplice’ ansia da prestazione. Quel fenomeno secondo cui una persona, pur aspirando alla vittoria, non riesce a essere fluida nei movimenti e – di conseguenza – a performare come vorrebbe. La paura di vincere, invece, subentra quando il successo è a portata di mano, ma l’atleta non riesce mai a concretizzarlo». All’origine, un’insicurezza tale da presuppore di non essere all’altezza della situazione. «L’affermarsi a livelli importanti implica delle maggiori responsabilità. E, perciò, si preferisce rimandare il momento del trionfo in modo da non dover rinunciare alle proprie abitudini e, soprattutto, deludere le persone circostanti». Un vero e proprio controsenso. Eppure, negli anni sono numerosi gli atleti che hanno sofferto di nikefobia, circa il venticinque percento. Il ciclismo, forse, è la disciplina che ha collezionato il maggior numero di eterni secondi. Nella sua bacheca può millantare un campione del calibro di Raymond Poulidor. Il transalpino, classe 1936, in poco più di quindici anni di carriera non è mai riuscito a vincere la corsa a tappe per eccellenza: il Tour de France. Sempre competitivo ai massimi livelli, ma quel sogno di indossare la maglia gialla è rimasto un miraggio. In quattordici edizioni della Grand Boucle, conquista il podio per ben otto volte. Però ha sempre dovuto inchinarsi allo strapotere dimostrato da Eddie Merckx, Felice Gimondi, Bernard Hinault e Jacques Anquetil. Delle vere e proprie bestie nere che gli impediranno anche di salire sul gradino più alto del podio di un Mondiale su strada. Ormai quarantenne chiude la sua brillante carriera, costellata da due Parigi-Nizza, due Delfinato, una Milano-Sanremo, una Freccia Vallona e una Vuelta di Spagna, con l’ennesimo terzo posto al Tour de France – di cui tuttora detiene il record di piazzamenti sul podio. ‘Inezie’ in confronto a quello che avrebbe potuto conquistare. “Se oggi parliamo ancora di Poulidor, è semplicemente perché non ho mai vinto un’edizione del Tour – ha affermato ai microfoni di Radio France Internationale nel 2012 -. Sono sicuro che se avessi vinto due o tre Tour de France, non staremmo più parlando di Poulidor. Ora, invece, sono conosciuto per essere l’eterno secondo per eccellenza.” Perdere, dunque, non è sempre uno smacco. Già, perché grazie alla sua spregiudicatezza e agli attacchi sulle montagne più impervie, PouPou ha conquistato il cuore dei tifosi. Un’eredità preziosissima che ha trasmesso a suo nipote, quel Mathieu van der Poel che ha già fatto entusiasmare tutti gli amanti delle due ruote laureandosi Campione del mondo di ciclocross e imponendosi nella Amstel Gold Race. E, non poteva essere altrimenti.

Raymond Poulidor se n’è andato lo scorso 13 novembre

Ma, gli eterni secondi non mancano neppure nel mondo dei motori. Uno dei più grandi piloti di tutti i tempi, non è mai riuscito a conquistare il titolo iridato in Formula 1. Debuttante nella classe regina nel Gran Premio di Svizzera nel 1951, in quattordici anni di carriera Stirling Moss chiude sul podio della classifica generale per ben sette volte. Però, il sogno di alzare al cielo il trofeo di Campione del mondo è rimasto un tabù. Il britannico deve arrendersi al compagno di scuderia (Mercedes) Juan Manuel Fangio e al connazionale Mike Hawthorn. Quel Mike Hawthorn che riuscì a strappare il titolo dalle mani di Moss solamente per un punticino. Dopo il ritiro dalle competizioni del leggendario Fangio, il grande favorito per il Mondiale del ’58 è sicuramente il pilota londinese: due vittorie e la pole position nella terzultima gara della stagione in quel di Porto, gli conferiscono i favori del pronostico per il successo finale. Il principale rivale, però, ha le unghie ben affilate… Il Gran Premio lusitano non può che annunciarsi scoppiettante. Ma, dopo diverse interruzioni per le cospicue precipitazioni e continui duelli per il comando della corsa, Hawthorn è vittima di un contrattempo. Finito in testacoda, nel tentativo di rimettere la vettura nella corretta direzione di marcia viene assistito da alcuni commissari di gara. Un’azione che, tuttavia non rimane inosservata e viene punita con una squalifica. Nonostante la vittoria finale e il titolo iridato sempre più vicino, Moss si rende protagonista di una scena piuttosto inusuale: affermando che il connazionale non ha fatto nulla di irregolare, persuade la giuria a restituire i punti che spettano al rivale, secondo al termine del Gran Premio. Sette punti che, in virtù del maggior numero di piazzamenti e giri veloci, permisero a Hawthorn di laurearsi Campione del mondo – relegando definitivamente Moss nella veste di ‘Re senza corona’. “Quando ho perso il mondiale contro Mike, mi sono sentito male in quanto credevo di essere stato più veloce – ha precisato a The Telegraph nel 2012 -. L’anno seguente, però, ho pensato che non avesse così tanta importanza purché avessi il rispetto degli altri piloti”. Quel che è certo è che, il vincitore della 12 ore di Sebring, della 1’000 chilometri del Nurburgring, del Tourist Trophy, della Mille Miglia e della Traga Floria, in quanto a sportività non è secondo a nessuno.

Alcune immagini di Stirling Moss



Non tutti nascono con mani e piedi dorati. Però, spesso, i palmarès degli sportivi non riflettono la realtà di quello che hanno seminato. Anche i campioni più affermati (i cosiddetti ‘Goat’) possono incombere nella paura di vincere. «Infortuni oppure periodi di rendimento piuttosto sottotono, possono destare delle preoccupazioni anche in un atleta di grande spessore», continua Morinini. A fare la differenza, è l’esperienza maturata negli anni. «Chi raggiunge determinati livelli, è più abituato a gestire l’emotività che deriva dalla competizione. Quindi, quando riscontra delle difficoltà, riesce a rimediare più in fretta rispetto a chi dimostra scarsa dimestichezza con la vittoria». E, le novità spesso terrorizzano. Ne sa qualcosa Wendy Holdener che, nelle discipline tecniche, è costantemente oscurata da Mikaela Shiffrin. Relegata al ruolo di inseguitrice. Una maledizione che, per la 26enne di Unteriberg, sembra non aver fine: salita per ben ventitré volte sul podio di Coppa del mondo di slalom, non è mai riuscita ad agguantare il successo finale. A imporsi. Dopo aver conquistato il titolo iridato nella combinata alpina e la medaglia d’argento tra i paletti stretti nel mondiale casalingo di St. Moritz (2017), l’elvetica entra definitivamente nel ristretto lotto delle migliori. Ma, se la prima vittoria nel circo bianco è stata sfiorata solamente per 7 centesimi di secondo, l’alloro olimpico è stato ben più vicino. Al comando dopo la prima manche, con Shiffrin a mezzo secondo e l’immediata inseguitrice Frida Hansdotter a due decimi, la medaglia del metallo più prestigioso sembra ormai al collo. Confermarsi nella seconda manche, però, è impresa assai difficile… La svittese deve nuovamente alzare bandiera bianca. Alle spalle della statunitense? No, di Frida Hansdotter – perennemente relegata nelle posizioni di rincalzo. La stella scandinava, dopo essere riuscita a sfatare il tabù della prima vittoria in Coppa del mondo imponendosi nello slalom di Kranjska Gora davanti a Marlies Schild, ha continuato a brillare finché ha coronato la sua splendida carriera con il titolo olimpico – condannando la rossocrociata all’ennesimo piazzamento d’onore. Per la pluricampionessa iridata nella combinata alpina, dunque, i sogni di gloria sono rimandati. Le premesse, però, sono delle più rosee.

Raymond Poulidor, Stirling Moss, Wendy Holdener e, come loro, molti altri. L’insuccesso è sempre da ricondurre alla paura di vincere? «No, molto spesso è dovuto al fatto che gli sportivi con grandi qualità sono numerosi ed è molto difficile essere il primo fra tanti. È solo incontrando l’atleta che è possibile capire se effettivamente soffre di nikefobia. Nonostante sia una sensazione irrazionale che lascia indifferente la maggior parte delle persone, chi è sopraffatto da questo terrore – solamente ipotizzando di essere sul gradino più alto del podio – attiva tutta una serie di reazioni fisiologiche (palpitazioni, tachicardia, nausea), cognitive oppure comportamentali». Un rimedio, però, esiste: riconoscere quel meccanismo autodistruttivo. «Il ruolo dello psicologo è di accompagnare l’atleta in modo che riesca a individuare e comprendere le misure difensive che mette in atto senza sentirsi giudicato o sminuito». Parola d’ordine, fiducia in sé stessi. «L’obiettivo è di focalizzarsi sulle proprie competenze cosicché non vengano attivati schemi cognitivi e comportamentali disfunzionali che possono interferire con il raggiungimento dell’obiettivo, comportando anche un eccessivo dispendio energetico. Se un dieci percento della concentrazione viene utilizzato per evitare quello che più terrorizza, a soffrirne è la prestazione». Un effetto possibile, l’infortunio. «Spesso, un evento negativo come una mancata vittoria oppure lo stesso infortunio, conferma la pericolosità della situazione… Uscire da questa spirale diventa sempre più difficile», conclude Giona Morinini. Anche nella propria vita quotidiana, una volta interrotta la carriera sportiva. Il rischio, che produca un incremento della sfiducia nelle proprie risorse al punto da interferire significativamente con la routine dell’individuo. Una trappola micidiale, vieppiù limitante.