Tonya, il problema non è il tuo modo di pattinare…tesoro, negherò di averlo mai detto ma non sei…l’immagine che vogliamo per questo sport…tu rappresenti il nostro Paese dannazione! Vogliamo vedere una normale famiglia americana, e invece tu ti rifiuti di stare al gioco.”

Il fatto è che Tonya Harding, la maggiore pattinatrice su ghiaccio a livello americano e forse anche mondiale degli anni Novanta, una normale famiglia americana non l’ha mai avuta. La protagonista di I, Tonyabiopic indipendente realizzato dal regista australiano Craig Gillespie che racconta l’ascesa e la caduta dell’atleta ripercorrendo la sua controversa esistenza dai 4 ai 44 anni avvalendosi della ricostruzione filmica e del falso documentario nelle interviste – non ha avuto un’infanzia facile e le cose non le sono andate meglio crescendo. La ragazza classe 1970, è infatti cresciuta in un povero, rurale e a tratti violento contesto di Portland nell’Oregon, dovendosi cucire da sé in modo artigianale i vestiti per le gare e subendo spesso abusi da parte del fidanzato Jeff e della madre LaVona, la quale però, seppur senza mai dimostrarle il minimo affetto né apprezzamento per il suo notevole talento, una cosa buona per la figlia l’ha fatta: quando la bambina aveva solo tre anni, decise di instradarla ad una carriera nel pattinaggio artistico.

Purtroppo però, a quanto pare il talento (durante i campionati mondiali di pattinaggio di figura del 1991 è riuscita nell’impresa di eseguire correttamente un triplo axel, divenendo la prima donna statunitense e la seconda in assoluto a riuscirci!) e la passione per questo sport non bastano per sfondare, se non adotti una certa attitudine e – forse più importante – se non fai parte di una determinata classe sociale, vieni penalizzato. “Non potete giudicarmi solo per come pattino?” chiede ai giudici. La risposta evidentemente è no. Perché lei è un’outsider. Una ribelle dal temperamento focoso ai limiti dello psicolabile. Una che ascolta Heavy Metal e che parla come mangia. Una che non vuole vestirsi come la fatina dei denti per le gare, e anche se volesse non potrebbe perché non ha abbastanza soldi. Una che dice sempre quello che pensa e che va contro l’establishment – sportivo e non -. Agli occhi di un certo tipo di America non un modello e un’immagine da veicolare nel resto del mondo dunque. Però, seppur con le sue contraddizioni e le sue fragilità, Tonya è sicuramente un personaggio genuino, trasparente e molto determinato che, nonostante ne abbia passate davvero tante, è sempre stato in grado di incassare i colpi e di rialzarsi. Una specie di Rocky al femminile…mica sarà una coincidenza il fatto che in un altro capitolo della sua vita si dedicherà al pugilato, no? Insomma, si tratta di una figura troppo intrigante per far sì che lo spettatore non la prenda in simpatia e non tifi costantemente per lei sia nelle gare di Ice skating che nella vita di tutti i giorni.

Come se non bastasse, poco prima delle Olimpiadi del ’94, a causa di suo marito e di un suo amico in cerca di fama e attenzioni, è finita nel bel mezzo di uno dei più grossi scandali sportivi della storia degli Stati Uniti  – la nota aggressione alla rivale Nancy Kerrigan – e di un circo mediatico che di fatto le hanno stroncato la carriera. Dopo essere stata bandita per sempre dalla disciplina alla quale ha dedicato anima e corpo sin dalla tenera età anche a scapito dell’istruzione, in assenza di prospettive la sua vita declinerà progressivamente fino a quel fantastico finale fatto di occhi tumefatti e labbra rotte in mezzo al ring alternati da filmati di repertorio, il tutto sotto le note di The Passenger.

I, Tonya è prodotto da Margot Robbie che interpreta anche magistralmente la bistrattata pattinatrice. A portarsi a casa l’Oscar e il Golden Globe è però (meritatamente) Allison Janney grazie alla sua interpretazione della manesca, cattiva, possessiva ed egoista madre.

Siamo davvero di fronte ad un film sopra la media, ad un’opera della durata di due ore che scivolano via come niente grazie ad un ritmo perfettamente scandito da una sceneggiatura che, oltre a garantire una spiccata profondità dei personaggi, risulta essere farcita di sotto-testi riuscendo anche a fondere la commedia con il dramma e con il grottesco come nei migliori lavori dei fratelli Coen. Mai retorico e melassoso, I, Tonya a modo di vedere di chi scrive è una pellicola imperdibile, non solo per chi è alla caccia di un bel film sportivo.