Il talento è un bagaglio, un biglietto da visita, un incentivo, la benzina per rendere il tuo motore più ruggente e con quel guizzo in più rispetto agli altri. Ma ti riempie di aspettative e spesso per tante ragioni queste ultime non vengono rispettate.
Parafrasando Woody Allen e Jonathan Rhys Meyers in Match Point c’è da ammettere sia anche una questione di fortuna però spesso dipende anche dall’attitudine.
Ci sono contesti in cui diventa più complicato imporsi, non importa che tu sia visto come un predestinato. Ci sono palcoscenici sui quali sarà sempre difficile esibirsi e ti metteranno in soggezione, tanto da non permetterti di esprimerti davvero per ciò che sei. La Masia è uno di questi palcoscenici. É la casa dove vengono forgiati i talenti del Barcellona, è dove la materia prima viene levigata e modellata ad immagine e somiglianza della prima squadra.
Pochi club fanno un lavoro così meticoloso di preparazione al grande palco che è il Camp Nou. E ciò che può capitare è che, dopo gli anni passati a prepararsi per il grande palco, il sogno tu possa accarezzarlo, viverlo addirittura per qualche tempo, ma poi tu debba abbandonarlo e cercare la tua dimensione altrove.

 


BOJAN KRKIC:
Si comincia con una storia d’amore purtroppo mai passionale e travolgente. Il Barcellona e Bojan Krkic si sono sempre piaciuti, e tanto. Dovettero però arrendersi di fronte ad un’ incompatibilità evidente. Un addio sofferente, di due che hanno provato in tutti modi a stare insieme e tra le lacrime hanno accettato che forse non erano fatti l’uno per l’altro.
Bojan Krkic, classe 1990, ha cominciato annientando record su record per numero di gol nelle squadre giovanili. L’arrivo in prima squadra era atteso quanto inevitabile. Avvenne nel 2007 e più tardi nello spogliatoio trovò Guardiola come allenatore e Messi e Henry in campo con cui formare un tridente perfetto. Limitato, però, da un carattere apparentemente schivo e timidissimo, Krkic non riuscì mai a diventare un vero e proprio titolare nè ad avvicinarsi ai numeri che aveva registrato nella Masia. Così nel 2011 si arriva ad un inevitabile divorzio e Bojan passerà gli anni seguenti fra Roma, Amsterdam, Magonza e la fredda Stoke on-Trent, con la maglia biancorossa del City, dove rimase diverse stagioni, anche in Championship. Oggi, a quasi 30 anni, oltre a giocare nel Montreal Impact agli ordini di Thierry Henry, Bojan collabora come giornalista per il Mundo Deportivo.

GERARD DEULOFEU:
Se quella di Bojan è una storia d’amore finita con tanti rimpianti, quella di Gerard Deulofeu è un ritorno di fiamma, un “riproviamoci”. Nato a Riudaranes, provincia di Girona, cresciuto nel Barcellona, Deulofeu si fa notare come un’ ala dribblomane ed estremamente promettente. Cresciuto a pane e 4-3-3, il modulo gli è praticamente cucito addosso. Strappi, guizzi e velocità a chiudere le azioni alimentate dal palleggio pensante dei catalani.
All’appuntamento con la prima squadra stecca ma per rilanciarsi, tra le tante, sceglie il Milan. Qui riesce a meritarsi una seconda chance con i blaugrana, il volo per Barcellona è sempre economico e sotto la gestione Valverde farà ritorno a casa. É il mercato estivo e al suo arrivo sfoggia una numero 16 fiammante.
Rimarrà, tuttavia, l’ennesimo sogno di mezz’estate, destinato a raffreddarsi con l’inverno. Sceglie ovviamente il paese di Shakespeare e precisamente Watford, alle porte di Londra. Lo scorso anno in FA Cup è protagonista di una perla a Wembley, simbolo del calcio inglese. Ora sta scrivendo la propria storia, lontano dalla Catalogna, con qualche battuta d’arresto: è il primatista di presenze e reti con l’under 21 spagnola: un simbolo di ciò che sarebbe potuto essere e probabilmente non sarà mai.



ISAAC CUENCA:
Canterano dell’ultimo Barcellona di Guardiola. Il visionario Pep si era innamorato di Isaac Cuenca, più per ingiustificata fisima che per reale valore calcistico. Era l’anno delle formazioni piene zeppe di centrocampisti e in semifinale contro il Chelsea, contro ogni tipo di aspettative Pep lo schiera titolare. Timido e obbediente con la sua 39 Isaac gioca una partita sufficiente. Il Barcellona esce dalla Champions ma lui resta in Catalogna. L’anno seguente non sboccia e anche lui comincia il girovagare. Anche lui passa da Amsterdam. Torna poi in Spagna a La Coruna prima di andare in Turchia e poi a Granada. C’è addirittura Israele nel viaggio di Isaac che ora sta cercando di trovare la propria dimensione in Giappone, al Sagan Tosu, ultima squadra anche di Fernando Torres. Quella dimensione che si era illuso di trovare a sinistra nel 3-4-3/4-3-3 di Pep che come una donna affascinante l’ha sedotto e ci ha dato l’illusione che potesse essere il canterano sbocciato, tanto ricercato, dopo la generazione dei Xavi, Puyol e Valdes.


CARLES ALEÑA:
Non ha ancora “fallito” Carles. E’ a Siviglia, nel Betis, in prestito, perché il Barcellona non vuole privarsene. Rimane sotto la lente di ingrandimento blaugrana che ne conosce le potenzialità. Lui che porta lo stesso nome di chi è stato capitano per anni, la bandiera Puyol. Al Betis gioca davanti alla difesa, come chi può prendere il comando in qualsiasi posto, per fare il suo nel prestigiosissimo Camp Nou. Ritornerà, almeno per una seconda chance, magari al fianco di Sergi Roberto in un centrocampo di canterani.
Setien, che è passato anche dal Betis, dimostra di voler puntare sui giovani e tra i tanti Carles potrà tornare ed essere più maturo, per recitare un ruolo da protagonista anche in Catalogna. Nativo di Matarò, zona in cui è cresciuto anche Fabregas, Aleñá ha solo 21 anni e tutta una carriera davanti per ripercorrere i passi di Cesc, ma fermandosi a Barcellona.

CRISTIAN TELLO:
Altro esterno dribblomane, lanciato con Cuenca, allenato da Guardiola e compagno ora di Aleñá al Betis. Di presenze Cristian Tello in maglia blaugrana ne ha fatte anche abbastanza e dimostrato di saper starci in un posto come il Barcellona. Nel suo caso la discontinuità e la mancanza di quella giusta dose di caparbietà gli ha impedito di sgomitare a dovere per ritagliarsi lo spazio necessario. “Leggero” caratterialmente e calcisticamente, comincia anche lui i prestiti ma al Porto, squadra che calca palcoscenici altrettanto validi e poi la Fiorentina con cui trova la continuità che non ha mai avuto. Poi fa ritorno in Spagna, per restarci. Al Betis, allenato da Setien, che ne fa uso ma spesso gli infortuni lo fermano. Costretto a dribblare anche quelli Cristian è nel pieno di una carriera che può decollare non lontano da dov’è partito. Non si può chiedere continuità ad un funambolo però lo si può mettere nelle condizioni di inventare, senza preoccupazioni e l’Andalusia per questo, è un palcoscenico decisamente favorevole.