Basket City la chiamavano. E finalmente pare sia venuto il momento di tornare a chiamarla così. Bologna è stata per anni il centro della pallacanestro non solo della vicina penisola, ma dell’intero continente europeo, l’ombelico della palla a spicchi, la capitale delle triple prima di una crisi improvvisa che ora appare per fortuna essere finita. La stagione 2019-20 vede infatti al via di nuovo le due squadre bolognesi, la Virtus e la Fortitudo. Insieme nel massimo campionato nazionale, cosa che non accadeva da ben 10 anni. Ma per capire che cosa significa il basket a Bo-town bisogna tornare indietro.

La storia della pallacanestro in Italia è molto radicata, sin dai primi del ‘900 i missionari della YMCA ( la Young Men’s Christian Association, i Village People non c’entrano…) portarono questo neonato sport nel nuovo continente. Il primo campionato nazionale italiano (che non si chiamava ancora Serie A, ma Divisione Nazionale) si svolse addirittura nel 1919. Dopo gli iniziali domini di Roma e Milano, col tempo anche le realtà meno centrali cominciarono a brillare, con la Virtus Bologna che vinse il suo primo titolo nel 1946. Alla nobile Virtus, plurititolata sino agli anni ’80, si affiancò nella stessa città un’altra squadra con una storia molto diversa, la più operaia Fortitudo. Quest’ultima partiva dal basso, conquistando dopo anni nelle leghe minori la promozione nella massima serie nel 1966 dando vita ad un’inedita ed eccitante rivalità cittadina.

Ma sono gli anni ’90 a far diventare Bologna il sinonimo di basket, la città della pallacanestro per antonomasia. In un’epoca in cui l’Italia è al top d’Europa in tutti i principali sport (il calcio, la pallavolo e naturalmente la pallacanestro) la Virtus torna ad essere una potenza, vincendo tre titoli di fila dal 1993 al 1995 grazie a giocatori d’esperienza (Roberto Brunamonti, Claudio Coldebella, Riccardo Morandotti) e qualche super straniero (Bill Wennington, Predrag Danilovic), mentre la Fortitudo dopo anni difficili passa in mano ad una nuova gestione che la fa subito schizzare tra le pretendenti al titolo grazie ad acquisti eccezionali (Aleksandar Djordjevic, Dan Gay, Carlton Myers) e finirà per disputare ben 10 finali scudetto in 11 anni (anche se con solo 2 vittorie finali).

Bologna è “on fire” sotto ogni punto di vista. Nel capoluogo emiliano si vive, si respira, si mangia basket dalla mattina alla sera. Altro che politica, altro che calcio. A Bolo la città è divisa tra Virtus e Fortitudo. O si è con le V nere o si è con la F scudata. Il PalaDozza (casa di entrambe le squadre sino al 1996 e poi di nuovo dal 2017) è il tempio della palla a spicchi, la Mecca di ogni appassionato di questo sport che si incendia (letteralmente) ad ogni derby e non a caso si guadagna il soprannome di Piccolo Madison. L’apice della rivalità si raggiunge tra il 1998 e il 1999 quando le due squadre si scontrano in match che valgono più di una semplice partita vinta, ma valgono una finale europea o uno scudetto.

Sono lotte fratricide, battaglie come mai si erano viste prima. Da una parte campioni quali Savic, Rigaudeau, Abbio e naturalmente il pungiglione della squadra Danilovic, dall’altra Rivers, Gay, Wilkins e la cuspide Myers. La finale scudetto 1998, la prima dal dopoguerra che vede due compagini della stessa città giocarsi il titolo, è di una tensione incredibile, alimentata come se non bastasse dallo scontro di poche settimane prima in Eurolega, passato alla storia con l’incredibile rissa in campo che vide addirittura 10 espulsioni! Le due squadre si spartiscono le prime quattro partite della finale, due vittorie per la Virtus (all’epoca sponsorizzata Kinder) entrambe con 2 punti di scarto e due per la Fortitudo (conosciuta allora come TeamSystem) ottenute con un +1 e un +7. Si arriva dunque all’inevitabile e decisiva gara-5.

Danilovic contro Myers, sfida nella sfida

Il 31 maggio 1998 è una data impossibile da dimenticare, sia per i virtussini che per i fortitudini, chi per un motivo chi per l’altro. Ennesima sfida infuocata, ennesima partita che si decide punto a punto, ma la F sembra stavolta vicino al colpaccio. Con quattro punti di vantaggio (e un tiro libero appena sbagliato) e 26 secondi di gioco la TeamSystem è vicinissima ad uno storico trionfo. Ma c’è ancora Danilovic. Sasha prende palla e, sebbene sia uno dei tiratori più letali di sempre, prova un tiro che anche per uno come lui sembra impossibile. A stargli addosso è Dominique Wilkins, non un pivello ma uno dei più prolifici giocatori di sempre della NBA. Quel tiro da oltre sette metri va dentro e in più con fallo. Tre punti più tiro libero, quattro! L’insperato pareggio della Virtus manda il match al supplementare, dove la Fortitudo è ancor sotto shock e il risultato finale è a quel punto scontato per la gioia degli uni e la frustrazione degli altri. Ma la sfida resta ancora oggi una delle più belle mai viste su un parquet.

I tempi cambiano però e Bologna a poco a poco perde il suo dominio. Falliscono prima una e poi l’altra, provano la risalita, cadono di nuovo. La Bologna ombelico della palla a spicchi sembra scomparsa per sempre, perlomeno dalle classifiche del massimo campionato (l’amore dei bolognesi, quello è rimasto). Ma come tutte le storie, anche questa ha un lieto fine. O meglio un lieto nuovo inizio, con entrambe le società quest’anno di nuovo in Serie A. E tutti gli appassionati di basket ne sono ovviamente felici, sperando magari in un prossimo futuro non tanto lontano di rivederle giocarsi il titolo e di scrivere un nuovo entusiasmante capitolo del libro chiamato Basket City.