Nell’articolo di questo mese abbiamo deciso di andare un po’ più a fondo nella mente dei giocatori, dopo avervi spiegato cosa è l’esport, chi sono gli esportivi e come è gestita la loro routine giornaliera.
Oggi infatti parliamo delle abilità mentali necessarie nell’esport, di come queste siano legate a doppio filo alle performance degli atleti e di come siano qualitativamente migliori, in genere, rispetto ai videogiocatori amatoriali.

Nello scorso articolo abbiamo accennato alcune nozioni in merito al decision making, che è un costrutto incluso all’interno delle abilità cognitive, alla pari di problem solving, attenzione, pianificazione e capacità inibitorie. Nei prossimi articoli scenderemo più nel dettaglio di queste abilità per vedere cosa sono e come possano essere allenate, l’articolo di oggi si propone come cappello introduttivo per i prossimi.
Il videogioco è al 100% mentale. Queste poche parole sono diventate un mantra per la maggior parte dei progamer e vengono spesso ripetute sia durante le interviste ufficiali che verso i fan più curiosi che chiedono consigli ai propri beniamini a margine dei tornei.

Se da una parte questa affermazione serve per la creazione di un’identità di gruppo e un’immagine in cui anche i giocatori amatori possano riscontarsi e da cui possano essere motivati a migliorare in seconda istanza evidenzia apertamente una verità neanche tanto nascosta.
Nei videogiochi, infatti, la componente corporea non è chiamata in causa se non in minima parte come coordinazione su mouse e tastiera o joystick. L’atletismo cede il passo ai riflessi oculari, la propriocezione e la coordinazione corporea sono tradotte in coordinazione mediata da strumenti ed il movimento fine oculo-motorio è l’unico lontano parente che resta coinvolto in un’attività che ai più non pare seria né complessa.
Cosa comporta l’insieme di queste mancanze? Implica che la mente sia la padrona dei giochi, la più grande alleata e la più grande nemica di ogni esportivo, è la mente che fa la differenza e, proprio per questo suo ruolo da eletto, va allenata, stressata e riposata con metodo rigoroso.

Per poter performare in modo ottimale non si può credere, come invece erronameante molti pensano, di mantenere il massimo della concentrazione per tutta la durata dello sforzo, piuttosto diventa fondamentale che la mente sia pronta nel momento in cui è necessario, esattamente come avviene nello sport tradizionale. Un calciatore non impiega il 100% delle proprie energie mentali durante i 90’ di gioco, ma cerca di raggiungere un livello di attivazione ottimale, che gli consenta quindi di regolarsi in funzione del momento della partita, della posizione della palla e delle proprie responsabilità in campo. Come si dice spesso, l’importante è farsi trovare pronti.

Un’altra analogia mentale tra esport e sport riguarda il tipo di gioco ed il tipo di sport.
Non tutti gli esportivi sono infatti professionisti in tutti i giochi, come detto prima se così fosse non solo non avrebbero il tempo per allenarsi a dovere nel titolo in cui hanno prestazioni migliori, ma finirebbero in fretta per esaurire le proprie risorse cognitive, comportando un drop mostruoso delle proprie performance. Allo stesso modo gli sportivi sono abili nel loro campo di competenza, riuscireste ad immaginare quante brutte figure potrebbe concatenare il fu Phelps sul rettangolo verde di gioco?


Alla pari di quello che avviene nello sport e che orienta gli atleti fin da bambini nella scelta di una disciplina piuttosto che un’altra, anche nell’esport la mente esprime le proprie preferenze e si destreggia al meglio, in termini di performance, in alcuni titoli piuttosto che in altri. Una differenza da questo punto di vista riguarda la possibilità di migrazione dei giocatori da un gioco ad un altro, questo avviene però raramente e quasi mai con atleti di livello top. Il motivo è semplice ed è da ritrovarsi nell’ampia scelta che gli esport offrono rispetto agli sport convenzionali: semplicemente ci sono più titoli che offrono possibilità di competizione professionistica rispetto al numero di sport, inoltre la suddetta mancanza del corpo e delle migliaia di ore necessarie per allenare un certo tipo di coordinazione nello sport, non preclude il passaggio da un titolo ad un altro nell’esport.

Proprio per questo, il tipo di allenamento mentale a cui si sottopone un atleta esportivo ha grandi somiglianze tra un titolo ed un altro poiché riguarda componenti e competenze che sono generalmente trasversali tra un gioco e un altro.
Esistono infatti una serie di famiglie di skills che sono chiamate in causa in modo analogo nel raggiungimento di una performance ottimale, al di là del titolo in cui poi vengono messe in pratica:
– Skill emotive: abilità che riflettono la capacità di gestione delle proprie emozioni, della propria attivazione fisiologica (spesso inquadrata come ansia) e delle emozioni altrui, controllando le proprie reazioni attraverso ad esempio il self talk
– Skill sociali: fondamentali nei titoli che prevedono il gioco in team, dalla capacità di sapere esistere dentro ad una squadra al mantenimento delle relazioni attraverso la comunicazione efficacie
– Skill di cognitive: sono abilità individuali chiamate in causa in game e sono essenziali per raggiungere la performance ottimale, tra queste decision making, attenzione e concentrazione, problem solving e pianificazione
– Skill di competizione: come ad esempio la reazione all’errore, la motivazione, la predisposizione al lavoro di squadra o alla condivisione di un obiettivo.

Ciascuna di queste è posseduta dai player in modo e secondo diversi gradi di efficacia e di mastery ovvero di padronanza delle suddette skills.
L’obiettivo del mental training in questo senso è quello di sviluppare ed affinare ognuna di queste abilità per renderle omogenee e distribuite equamente in un team così da ottimizzare le possibilità di successo di ciascun player e della squadra. Talvolta il lavoro in questo senso riguarda anche la possibilità di rendere consapevoli giocatori e team dei propri leader in una determinata abilità o delle proprie mancanze a cui sopperire.
All’interno di questa suddivisione poi è possibile riscontrare una serie di abilità specifiche, alcune di queste sono già state accennate e verranno spiegate adeguatamente nei prossimi articoli.

Diventa facile immaginare, considerato il numero di abilità citate fino a questo momento, che se esiste una distribuzione eterogenea tra i giocatori professionisti, queste competenze risultano ancora meno in pari tra giocatori amatoriali e proplayer. Vediamo insieme come e perché.
Innanzitutto tra amatori e professionisti c’è una grande differenza nel significato di gioco, letteralmente nello scopo: se i player amatoriali giocano per il divertimento, quelli professionisti competono per la vittoria e per il ritorno economico che da qui deriva.

Secondariamente la consapevolezza delle proprie abilità è molto diversa. Questa è spesso frutto di un lavoro approfondito su di sé attraverso figure come il mental trainer che seguono i player nei loro allenamenti quotidiani e li sostengono nel raggiungimento dei margini di miglioramento e crescita attraverso allenamenti specifici.
In ultima istanza, un professionista è dotato di una metodologia specifica e rigorosa che si sviluppa durante gli allenamenti e fa la differenza durante partite e tornei.

Concludendo, la grande differenza tra un professionista ed un amatore riguarda la consapevolezza ed il metodo con cui migliora le proprie abilità e le mette a disposizione del team negli incontri ufficiali, creando una continuità tra il proprio allenamento e il momento di performance.
Il professionista ha infatti un grado di padronanza e di consapevolezza del proprio gioco che deriva da una maggiore disponibilità di esperienza ( anche come ore trascorse su un titolo) e dalla metodologia che ha affinato durante il tempo.

Per riassumere il concetto in una frase, durante un match l’amatore fa, il professionista interpreta. Questa distinzione non è sottile come può sembrare, riflette invece un senso critico che comporta spesso una differenza d’esito nel risultato che, come detto, è frutto di allenamento, volontà e costanza nel migliorare le proprie abilità.