Con C’era una volta partono sempre le fiabe più belle, quelle dal lieto fine. Ma quella di Shevchenko, Sheva per gli appassionati, più che una fiaba sembra una di quelle pellicole cinematografiche che resteranno per sempre impresse nella memoria di chi l’ha vissuta, con tanto di point break, il punto di rottura.
L’attaccante biondo che farà impazzire il mondo nasce così il 29 settembre del 1976 a Dvirkivšcyna, villaggio a 100 km dalla più conosciuta Kiev. Non può che iniziare a calcare i campi della Dinamo, la squadra più gloriosa del suo Paese dove viene notato da un talent scout per, manco a dirlo, le sue numerose realizzazioni.


E’ lì che scalerà le varie categorie fino ad arrivare in prima squadra dove conoscerà l’allenatore che gli ha cambiato la vita, tanto da omaggiarlo con la sua prima storica Champions conquistata a Manchester nel 2003: Valeri Lobanovsky.
Il colonnello, entrato per sempre nella storia di chi ama questo sport, creerà la coppia dei gemelli del gol formata da Serhij Rebrov e proprio Andriy Shechenko. Quella Dinamo era una mina vagante; era come incrociare in una partita a scacchi uno scacchista in grado di usare follemente il cavallo. Ne sa qualcosa il Barcellona di Louis Van Gaal che ne subì 4 di reti al Camp Nou; proprio quella fu la sera in cui il mondo pallonaro conobbe definitivamente Andriy Shevchenko, il vento che soffiava dall’est come un uragano. Quella sera Sheva rifilò la prima tripletta nella rassegna iridata, impresa mai riuscita prima a un calciatore ucraino. In quella competizione i sogni per la Dinamo Kiev si infransero contro la Juve di Marcello Lippi che cederà poi in finale al Real Madrid di Heynckes.
L’anno dopo, il colonnello e i suoi “soldati” ci riprovano. Quel vento proveniente da Est soffia sempre più forte, anche se non basterà a sollevare la coppa; infatti gli ucraini sbatteranno contro il Bayern Monaco in semifinale (miglior piazzamento di sempre). Sheva è il leader della classifica marcatori di quella Champions edizione 1998-99, in compagnia di Dwight Yorke. Era l’anno dei Calypso Boys del Manchester United, degli Aerosmith e della loro I don’t want to miss a thing, di Robbie Williams con Let Me Entertain You e di Tim Roth che recitava ne La Leggenda del Pianista sull’Oceano del grande Giuseppe Tornatore.

Le gesta del bomber di Kiev non potevano passare inosservate ed è proprio il Milan che lo porta a casa nell’estate del 1999. Fu Ariedo Braida ad essere folgorato dalle caratteristiche di Sheva. L’allora ds rossonero ha più volte dichiarato di aver visionato l’attaccante ucraino in compagnia di Adriano Galliani, il quale non restò particolarmente sorpreso. Infatti, si racconta che quella sera Shevckenko non toccò palla ma, si sa, l’occhio clinico del talent scout non sbaglia quasi mai e fu così che Braida tornò a Kiev con una maglia del Milan dicendo al futuro numero 7: “Con questa casacca vincerai il Pallone d’Oro“. Beh, la storia poi la conoscete.

All’esordio in Italia, il biglietto da visita è 23 reti, grazie alle quali si aggiudica il titolo di capocannoniere. Emblematico fu il racconto di Billy Costacurta, nel quale descriveva Sheva come un giocatore instancabile e di come le dure sedute di allenamento gli sembrassero semplici riscaldamenti. Era la macchina costruita dal Colonnello.

Col Milan scrive le pagine indelebili della sua e della recente storia rossonera. I numeri sono impressionanti: una Coppa Italia, uno scudetto, una Supercoppa Italiana, 1 Uefa Champions League, 1 Supercoppa Europea, 173 gol in 296 presenze che gli valgono anche due volte la leadership nella classifica marcatori della Serie A e un pallone d’oro.

Ma come tutte le sceneggiature, anche la pellicola di Sheva prevede il point break, il famoso punto di rottura: il Chelsea. Sette anni di Milan, la maglia numero sette dietro le spalle, l’ultima partita vista nel cuore della Sud, le partite affrontate con la fascia di capitano al braccio. Quello col Chelsea è un amore mai nato. Lo dicono i numeri, impietosi per una macchina da gol come lui: appena 4 reti in Premier League in 30 partite il primo anno, e 5 centri in 17 partite l’anno successivo. Il feeling con Mourinho non c’è mai stato.

E fu così che il Milan si apprestò a riabbracciare il figliol prodigo solo due anni dopo la separazione, ma Sheva non è più Sheva e la maglia non è più la numero 7. L’ucraino torna in rossonero vestendo la maglia del suo anno di nascita, la 76, e appare quasi come un calciatore sul viale del tramonto anche se all’anagrafe l’età risulta di anni 32. Appena 2 sono le reti stagionali in 26 apparizioni.

Ma le leggende, si sa, non muoiono mai e così Sheva fa ritorno a casa, nella sua Kiev. Ed è ancora tempo per stupire: doppietta con la maglia della Nazionale nell’Europeo casalingo del 2012 contro la Svezia nella fase a gironi.
Proprio in quell’anno annuncia il ritiro dal calcio giocato un attaccante partito da Kiev e a Kiev rientrato per sostenere chi l’ha cresciuto, chi gli ha permesso di diventare un campione.
Proprio come nella pellicola di Dwayne Johnson, “A testa Alta“, perché Andriy Shevchenko a testa bassa non c’è mai stato.