Il ciclismo è uno degli sport pericolosi al mondo. Quando si parla di sport pericolosi, potenzialmente mortali, spesso ci si riferisce a quelli estremi o magari a quelli di combattimento. Ma lanciarsi a velocità folli in discesa, su strade normali (e non su dei circuiti appositamente costruiti), protetti solo da un caschetto, non è pericoloso? Oppure, pensando a chi pedala per semplice diletto, muoversi in mezzo alle auto che sfrecciano a pochi centimetri di distanza, non è pericoloso?

Il pericolo è dietro ogni curva, sempre. Lo sa bene Philippe Gilbert, che durante il Tour de France dell’anno scorso è finito al di là di un muretto di protezione, precipitando per alcuni metri nel bosco sottostante. Fortunatamente ne è uscito (quasi) indenne, permettendoci di usare l’aggettivo “spettacolare” per descrivere la sua caduta. Un fuoriprogramma avvenuto nella stessa discesa che, invece, nel 1995, è costato la vita a Fabio Casartelli. Il campione olimpico del ’92 pagò a carissimo prezzo il fatto che allora l’uso del casco non fosse ancora obbligatorio, sbattendo violentemente il capo contro un paracarro e restando esanime al suolo.

Le discese, a causa della velocità, sono le situazioni di corsa più pericolose. Ma persino in salita si può cadere. Ne sa qualcosa Vincenzo Nibali, che si è dovuto ritirare dal Tour 2018 a causa del collare della macchina fotografica di un tifoso, impigliatosi nella sua bicicletta: frattura a una vertebra e addio alla possibilità di indossare a Parigi la sua seconda Maglia Gialla. O Miguel Anguel Lopez, caduto al Giro di quest’anno per colpa di un tifoso che gli correva a fianco (e a cui – giustamente – il colombiano ha rifilato un paio di schiaffoni).

Il pericolo può arrivare pure quando la strada è pianeggiante e diritta, specie se ci si trova in gruppo. Una toccata alla ruota di colui che è a un paio di centimetri di distanza e a decine finiscono per terra senza nemmeno accorgesene, magari a una velocità di 60 km/h, magari su un asfalto particolarmente ruvido, magari con un centinaio di altri corridori che seguono a ruota. O per colpa di una sbandata, come quella ancora poco chiara che ad inizio agosto ha ucciso il giovane talento belga Bjorg Lambrecht.

Un Belgio che negli ultimi anni sembra essere oggetto di una maledizione in questo sport. Dal 2009 a oggi sono infatti tanti – troppi – i corridori provenienti dal Paese che ha dato i natali a Merckx ad essere morti. Lambrecht e Wouter Weylandt hanno pagato con la vita una caduta, caduta che è stata pure all’origine del decesso di Antoine Demoitié (poi travolto da una moto della corsa). I vari Frederiek Nolf, Jimmy Duquennoy e Michael Goolaerts sono invece morti a causa di attacchi cardiaci.

Una causa questa che purtroppo non è così rara nel mondo del ciclismo. Un caso celebre, anche per la notorietà del ciclista e per il suo palmarès, fu quello dell’inglese Thomas Simpson, colpito nel 1967 da arresto cardiaco mentre scalava il Mont Ventoux. Simpson è ancora oggi considerato una delle prime vittime del doping, visto che nel suo sangue furono trovate evidenti tracce di anfetamine.

Doping per il quale ha rischiato grosso anche Riccardo Riccò. Altra epoca rispetto a Simpson, altre sostanze, stessa voglia di arrivare prima degli altri. Non anfetamine, ma un’autotrasfusione di sangue che conservava in frigo da 25 giorni e che gli ha causato un blocco renale e un edema polmonare. Il tutto dopo essere già stato beccato positivo al Cera (l’Epo di terza generazione).

Infine, bisogna aprire un capitolo per gli incidenti che accadono lontano dalle corse. Michele Scarponi era uscito dalla sua casa di Filottrano per una semplice sgambata quando, due anni fa, venne travolto da un furgone e se ne andò per sempre. Sempre durante un allenamento, qualche giorno fa, Domenico Pozzovivo ha rischiato grosso, venendo investito da un’auto sulle strade del cosentino. L’italiano di Morcote “se l’è cavata” con fratture a un braccio, a una gamba e a diverse costole. Forse potrà tornare a gareggiare, ma alla soglia dei 37 anni difficilmente tornerà quello di prima. E ancora Degenkolb e i suoi cinque compagni della Giant-Alpecin, i gemelli Otxoa

Tutti questi incidenti balzano agli “onori” della cronaca perché coinvolgono ciclisti professionisti e per questo noti. Ma quotidianamente ne sono vittime anche molti cicloamatori. E spesso, loro malgrado. Non per aver affrontato troppo velocemente una discesa o per aver sottovalutato una curva, ma semplicemente a causa dell’incoscienza di chi sta ha in mano un volante anziché un manubrio.

Discese, curve, velocità, disattenzioni, tifosi, attacchi cardiaci, doping, incidenti. Il ciclismo è decisamente uno sport pericoloso.