Ho sempre avuto un debole per i giocatori che hanno costruito le proprie vittorie con il lavoro quotidiano piuttosto che con il talento. E sono sempre stato convinto che chi ci mette più sudore, arrivato ad un certo livello, parta sempre con un considerevole vantaggio sull’avversario, sia esso più o meno talentuoso. Certo, per diventare cinque volte campione svizzero, alzare al cielo due Continental Cup, una Champions Hockey League, una Victoria Cup e per mettersi al collo una medaglia di vice campione del mondo, il lavoro non basta, bisogna avere anche qualche innata qualità. Tuttavia ben difficilmente Mathias Seger sarebbe riuscito ad addobbare in questo modo la sua personale sala dei trofei se non ci avesse messo qualcosa di suo. Forse si, ma sicuramente ora non sarebbe di quella dimensione, di una vastità più unica che rara.

Mathias Seger non è, per citare due esempi, un Roger Federer o un Francesco Totti. Non è inimitabile classe, puro spettacolo e poesia, ma semplice rabbia, costanza e umiltà. Non è e non sarà mai un personaggio mediatico: apparire sulle prime pagine non fa parte del suo carattere e del suo essere. Anzi, è  anche un po’ goffo e anche per questo non sarà mai né l’idolo di migliaia di bambini né una star. Ma soprattutto Mathias Seger non è diventato un campione perché lo sarebbe stato, ma perché lo ha fortemente voluto, credendoci sempre ed arrendendosi mai.

Mathias Seger è un Stanislas Wawrinka, un ragazzo con un talento (quasi) comune che non può permettersi di fermarsi neanche un minuto perché lo pagherebbe a caro prezzo. Mathias Seger è un professionista che ha lottato per meritarsi tutto quanto conquistato e che sta lottando alla veneranda età (sportiva s’intende) di 38 anni per aiutare i suoi Lions a sollevare per l’ottava volta il titolo di campione svizzero. Ma chi lo farebbe all’ombra degli “anta” oltre a Mathias Seger? Insomma, ha vinto tutto: perché riprendere tutta la trafila per l’ennesima volta? Perché ripartire con una pesantissima preparazione fisica? Perché rischiare infortuni quando all’Hallenstadion avresti potuto andarci seduto sul seggiolino più confortevole? Forse sta proprio qui il bello di Mathias Seger, sta proprio qui il segreto dei suoi successi: nella fame, nel fatto di non accontentarsi mai, proprio mai.

Mathias Seger oltre ad essere sudore e fame, è un capitano. IL capitano. La sua C, più che sulla sua maglia, sembra essere cucita sul suo petto. Mathias Seger è un esempio che non vuole essere un esempio, un’insegnante che non vuole essere un’insegnante, uno che viene ascoltato anche se non vuole essere ascoltato. E probabilmente sarebbe stato tutto questo anche se non avesse intrapreso la carriera hockeystica. Perché Mathias Seger è tutto questo sia dentro che fuori dalla pista. E tutto questo è parte del suo modo di essere, del suo carattere.

Mathias Seger è un tipo silenzioso, che non indica la strada a parole, ma coi fatti. E gli altri lo seguono, come se fosse d’obbligo, a volte senza nemmeno volerlo, come se fosse del tutto naturale. E naturale lo è sicuramente Mathias Seger: un uomo che la mattina dopo aver conquistato per la settima volta il titolo di campione svizzero è tornato a casa in tram con la Coppa. Un uomo comune, che dapprima è diventato una delle poche bandiere dell’hockey svizzero, poi storia, ed ora, grazie alle sue 1’079 (e oltre) partite in Lega Nazionale, leggenda vivente dell’hockey svizzero. Nessuno come lui.