Ad ognuno di noi è capitato di giocare una goliardica partita tra “scapoli e ammogliati”. È il triste (e probabilmente anche meritato) destino di noi poveri scapestrati a cui la divina provvidenza non ha riservato la fortuna di avere sufficiente tecnica nei piedi. E così, invece di ritrovarci in campo con i migliori, ci dilettiamo a rincorrere un pallone sui campi di periferia, condividendo le nostre emozioni coi nostri colleghi o con i nostri amici più cari. Abbiamo rincorso il pallone tra la ghiaia, il fango e la sterpaglia tentando di ricalcare le orme dei più noti volti del Football ma senza conseguire gli stessi risultati.

Paolo Villaggio nella sua brillante carriera da scrittore, sceneggiatore ed attore ha saputo delineare, non senza una malinconica e gretta ironia, le vicende quotidiane dell’uomo medio. Il ragionier Ugo Fantozzi è la materializzazione iperbolica di questo processo descrittivo: un personaggio qualunque sovrastato dalla crudele sorte nella vita di tutti i giorni. Ed è proprio nel suo quotidiano che Fantozzi si ritrova ad imbattersi in impacciatissime manifestazioni sportive. Sin dalle prime pellicole, il più famoso ragioniere d’Italia è impegnato ad affrontare le più modeste sfide atletiche con l’intento di soppiantare il proprio carattere dimesso in nome della vana gloria. Si parte subito con un classicone delle sfide dilettantistiche aziendali: la partita tra “scapoli e ammogliati” in cui Fantozzi non riesce neanche per un attimo a far splendere la propria stella. Lo scenario è raccapricciante: lisci, autoreti e abilità tecniche di basso profilo caratterizzano il pomeriggio sportivo del ragioniere. E, come se non bastasse, la nuvola dell’impiegato scaraventa una fastidiosissima pioggia torrenziale che dilania il campo ed appesantisce il pallone di cuoio. È in questo momento che Fantozzi respinge di testa un pallone a campanile che lo fa dapprima sprofondare nel terreno e in seguito avere visioni mistiche (n.d.r. San Pietro sulla traversa). Chi di noi non ha mai affrontato leggendarie competizioni amatariali su campi improvvisati alla bell’e meglio? Chi di noi non si è mai reso protagonista per la propria goffaggine sportiva? (Ammetto che il particolare delle visioni mistiche è iperbolico, ma non del tutto campato per aria: infatti i santi non sono soliti apparirci in campo, ma piuttosto siamo noi ad invocarli nel bene e, soprattutto, nel male).

Il calcio, per l’uomo medio, non è solamente giocato. Come dimenticarsi della leggendaria partita tra Italia e Inghilterra che blocca l’intero stivale davanti al piccolo schermo. Lo scenario è quello che ogni appassionato sognerebbe: “calze, mutande, vestaglione di flanella, tavolinetto di fronte al televisore, frittatona di cipolle […], familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero!” (cit. Il secondo tragico Fantozzi). Villaggio ha dunque saputo cogliere e descrivere con spudorato realismo la passione sportiva dell’italiano medio manifestata non solamente tramite il proprio coinvolgimento diretto, ma anche attraverso il calore e il supporto dimostrato nei confronti della squadra preferita. Un calore presto spezzato da un impegno imminente organizzato dalla ditta per cui il ragioniere lavorava e che lo porterà a dover rinunciare all’idialliaco quadro sopra descritto. Ed è proprio per recarsi al cineforum organizzato dalla ditta che Fantozzi si rende conto di essere uno dei pochi a non poter partecipare al tifo collettivo. Al momento del fatidico palo, Fantozzi non riesce a resistere a tale tortura: arresta la propria macchina, si arrampica sulla mensola di una finestra, distrugge il vetro con un un pugno e pronuncia la famossissima frase “Scusi, chi ha fatto palo?”. L’inquilino dell’appartamento non gradisce e ripaga Fantozzi con la stessa moneta. Tale situazione è l’emblema del tifo e della passione dell’italiano medio nei confronti della propria nazionale: una sensazione di coinvolgimento e di emozioni incontrollabili che scaturisce reazioni incontenibili e spesso iperboliche, ma che testimoniano al tempo stesso l’attaccamento verso i propri colori. Quanti di noi hanno dovuto rinunciare alla partita dell’anno per impegni lavorativi e contrattempi? Quanti di noi hanno compiuto moderate follie per poter riuscire a seguire, anche solo per un attimo, le peripezie della propria squadra del cuore?

Ma non è solamente il calcio ad essere protagonista dell’epica fantozziana. Lo sport risulta essere la medicina per combattere la sedentarietà della vita di tutti i giorni e quei chili di troppo che ci rendono esteticamente discutibili. Ed è proprio per combattere questo tipo di problema che Fantozzi, insieme al suo fido collega Filini, decide di fare un po’ di moto. Lo sport prescelto è il tennis. I due colleghi si presentano sul campo da gioco con condizioni meteo da film dell’orrore: nebbia fittissima e freddo polare impediscono ai due ragionieri di affrontare una partita amichevole della domenica. L’abbigliamento dei due è completamente inadatto e improvvisato (Filini ha due racchette da volano e un gonnellino di una zia ricca, mentre Fantozzi veste dei mutandoni ascellari sorretti da una spilla da balia e una racchetta del primo novecento). La partita non si gioca praticamente mai, un po’ come una partita tra due persone alle prime armi. Quante volte ci è capitato di assistere ad una partita tra due persone incapaci che a malapena riescono a colpire la pallina? Quante volte di fianco a due giocatori discreti e muniti di materiale all’ultimo grido ci è capitato di vedere due persone in abbigliamento del tutto inadeguato?

E come dimenticare le avventure sugli sci e sulla bicicletta. Nel primo episodio Fantozzi millanta di essere stato azzurro di sci per poi presentarsi sulle piste con materiale dell’anteguerra e affrontando la pista da gigante nella maniera più goffa e inimmaginabile. Nel secondo caso la famigerata Coppa Cobram impegna tutti i dipendenti della ditta in una corsa simile ai grandi giri delle due ruote, ma con risultati assai diversi. Famosissima è inoltre la scena della “bomba”, l’intruglio dopante acquistato da Fantozzi prima del via e che gli consentirà di vincere la competizione. Spaccati di vita dell’uomo medio, costretto ad affrontare lo sport con tutti i mezzi per potersi mettere in gioco. Così come la partita di biliardo col proprio direttore che Fantozzi spera di perdere per poter ottenere una promozione. Ma il ragioniere ha uno scatto d’orgoglio e riesce, dopo essere stato ingiuriato pesantemente dal proprio superiore, a vincere la partita irridendo l’avversario. Chi di noi non ha mai dato una lezione sportiva a qualche sbruffone?

Tutti noi siamo stati per una volta il ragionier Ugo Fantozzi, anche nello sport. Paolo Villaggio è riuscito con la sua ironia iperbolica a liberarci del fatto di essere normali ed impacciati, è riuscito a farci capire che si può affrontare una partita di calcio in un qualsiasi campo della periferia, a giocare una partita di tennis a qualsiasi temperatura e ad affrontare una discesa impervia andando contro le proprie paure. Tramite la partita di biliardo con il direttore, è inoltre riuscito a farci capire che l’orgoglio deve prevalere sul mero interesse personale È riuscito a farci capire che possiamo ridere di noi stessi e delle nostre disavventure su tutti i campi sportivi, che sbagliare è sacrosanto e che siamo pronti a tutto per capire “chi ha fatto palo”.