Fa caldo. Il sole scotta la pelle, la polvere alzata dai sandali dei passanti ti fa bruciare gli occhi, la gola è secca, arsa dalla sete. Vorresti bere ma il pozzo più vicino dista due isolati, allontanarsi significherebbe abbandonare la mercanzia all’ombra di quell’ulivo attorniato da altri mercanti. Significherebbe perdere tutto e digiunare per giorni. Devi resistere, Giannis, te lo ripeti in continuazione. Osservi la gente, la osservi sperando che qualcuno si fermi ad acquistare qualcosa, sperando che qualcuno ti veda. A volte ti credi invisibile, un fantasma per le strade di Sepolia. L’unica per cui sembri esistere è la polizia. La polizia ti vede bene, ti vede sempre. Ti fa raccogliere quello che hai costruito assieme alla tua famiglia, ti urla contro, ti dice di sgomberare e ti minaccia di farti espellere dalla Grecia. La Grecia, hai un rapporto d’amore e odio con lei. Da una parte le sei devoto, ha accolto la famiglia Adetokunbo due anni prima che tu nascessi, salvandola da un destino crudele che il tuo paese Giannis, la Nigeria, gli avrebbe riservato. Dall’altra le volti le spalle. La vita che ti hanno offerto i vicoli di Atene non era quella che ti saresti immaginato. Trascorrere la tua giornata facendo il “vu cumprà” non è ciò che ti saresti prospettato, ricevere occhiate di sdegno, insulti razzisti, non è ciò che hai chiesto.

A te piace il basket. Per un ragazzino di dodici anni sei maturo, la strada ti insegna a stare al mondo. Ti insegna a essere umile. A te piace sgomitare sulla terra, indossando un paio di scarpe talmente consumate da far assaggiare alla pianta dei piedi il calore del terreno. A te piace sovrastare gli altri ragazzi quando stacchi terra per alzarti in volo verso il canestro. Il rumore della rete metallica dopo aver insaccato, quello della palla rimbalzare nuovamente al suolo. E non importa se per intimidirti qualche bambino ti faccia notare la tua diversità, all’interno di quel perimetro tracciato con del gesso bianco conta solo vincere. Contano solo rabbia e determinazione.
È la determinazione a permetterti di guadagnare un posto nelle giovanili del Filathlitikos. Grazie a tuo fratello che sostituendoti nei turni di vendita ti permette di allenarti. Di indossare vere scarpe, di calcare un vero parquet palleggiando con un pallone gonfio senza rattoppi ovunque. Mamma e papà non ne sono del tutto felici, la tua assenza li costringe a rinunciare a due braccia, a due occhi che si spalanchino alla vista della polizia e gli permettano di fuggire altrove. D’altro canto sanno che quella è la tua strada, quella che per certi versi potrebbe regalargli un futuro più roseo, liberandoli delle tante sofferenze patite negli anni. Alterni le tue giornate dal respirare la polvere come solo la vita di strada sa fare allo sprigionare tutto il tuo talento sul parquet della palestra di quartiere. La stessa in cui, non ancora diciottenne, esordirai nella serie A2 greca. La vita va veloce, la fama cresce, e fama significa maggiori possibilità; come quella di ottenere la cittadinanza greca trasformando il tuo cognome in quello che tutti oggi conoscono: Antetokounmpo. The Human Alphabet.

La vita va veloce, le occasioni si creano, si colgono. Raggiunta la maggiore età decidi di salire su un aereo. La prima volta nella tua vita, l’opportunità di estirpare le dolenti radici che per diciotto anni ti hanno tenuto ancorato a quelle viuzze, al loro fetore, alla sporcizia, alla paura, alla fame. Voli verso la Spagna, verso Saragozza. Lì hanno deciso di puntare su di te per i prossimi quattro anni. Hanno deciso di metterti alla prova, vogliono ammirare le tue incursioni a canestro, vogliono vederti dominare gli avversari in area, mostrando loro il nome che porti sulle spalle. Il nome che ogni giorno ti fa brillare gli occhi e che hai promesso di portare nell’olimpo della pallacanestro. Cresci velocemente Giannis, lo fai con estrema naturalezza, prepotenza, con la fame di chi non ha nulla da perdere ma che ha raschiato il fondo del barile per una vita intera, e allora sa come tenere i piedi ben piantati a terra, mostrando umiltà dentro e fuori dal campo. L’ambizione non ti manca, i palcoscenici più importanti sono il tuo sogno da sempre. La volontà di coronare quel sogno porta a dichiararti eleggibile per il Draft NBA 2013. Lo annunci senza malizia, senza eccedere di supponenza. Lo fai con l’inequivocabile genuinità che ti contraddistingue, viaggiando oltreoceano con la mente e con il cuore. Quindicesima scelta. Al primo turno. I Bucks di Milwaukee posano lo sguardo sui tuoi 208 cm per 88 kg, sulle braccia infinite (223 cm di apertura), sulla tua polivalenza, sulla capacità di eccellere in ogni zona del rettangolo di gioco.

L’immersione nella realtà statunitense non ti annichilisce, Giannis, anzi ti esalta. A diciannove anni ancora da compiere ti ergi a mattatore, sovrastando il tuo idolo e modello Kevin Durant in una partita contro Oklahoma. Sigli la tua seconda doppia doppia e chiudi una schiacciata sul muso di colui che con noi terrestri ha ben poco a che vedere. Non tremi, agisci e conquisti l’attenzione di tutti. I fari dell’NBA sono puntati su di te, ragazzo sorridente dall’accento greco. Non temi nessuno, ti fai largo a spallate e stabilizzi il tuo fisico a 105 kg distribuiti su 211 cm. I lampi di genio si sommano a una capacità di palleggio fuori dal comune, a un istinto difensivo che ti permette di giganteggiare sotto canestro. Sviluppi l’intelligenza tattica che contraddistingue i migliori playmaker e la tua squadra ne trae beneficio, costruendosi attorno alla tua figura sempre più di leader. Le stagioni trascorrono inesorabili, diventi una certezza, ti accosti silenziosamente ai big del panorama mondiale. A coloro che illuminano i palazzetti a stelle e strisce con le loro giocate mozzafiato e di cui, solamente a sentirne il nome, non avresti mai pensato di poterne fare parte.
Una nuova “temporada” è iniziata, Giannis l’hai presa per la collottola e le hai sussurrato: “Sarò il tuo MVP”. Hai trasformato ogni partita in una fucina di punti, di prove esaltanti e inebrianti per tifosi e simpatizzanti. Hai messo la pulce nell’orecchio di chi, quest’estate, credeva avrebbe portato a casa tale riconoscimento.

E chissà, che quella sete che provavi da bambino non sarà quella di successo.