Dici Salto con gli sci e non puoi che pensare a Simon Ammann. Alzi la mano chi, prima dell’esplosione del suo talento, si sia mai interessato a questo sport di scarsa tradizione in Svizzera: pochi, pochissimi tra voi, forse solo qualche appassionato a tutto tondo degli sport invernali. In un paese abituato a stare con i piedi ben piantati per terra, il giovane sangallese ha rappresentato l’inimmaginabile, che può aprire la via a qualsiasi sogno, da un giorno all’altro. Nel cuore di tutti gli svizzeri è diventato e rimarrà per sempre l’Harry Potter nazionale, perché certe imprese sembrano solo essere frutto di magia.

I giochi olimpici di Salt Lake City sono probabilmente i primi dei quali serbo dei ricordi nitidi dalla mia infanzia. Difficile dimenticare quel misto di genuina meraviglia e curiosità che mi pervase nello scoprire questo sport e il nostro nuovo eroe nazionale. Sono ormai passati 16 anni da quei giorni, eppure questa disciplina ha continuato a incuriosirmi e affascinarmi tanto quanto da bambino. In fondo questi atleti rendono concreto per alcuni secondi uno dei più grandi sogni proibiti dell’uomo: volare.

Prima che l’uomo più vincente della storia olimpica rossocrociata decida di annunciare la fine della sua carriera, mi sono detto che avrei dovuto finalmente incontrarlo e provare a toccare con mano le gesta di questi atleti funambolici. Quale occasione migliore del tradizionale appuntamento di Coppa del Mondo nella vicina Engelberg? Ne è venuta fuori una giornata che è stata un mix tra “bocca spalancata per lo stupore” e mal di testa. Sì, anche perché fotografare questi uomini volanti è un’impresa tutt’altro che scontata. Non è però mio interesse parlarvi di noiose questioni tecniche, ma piuttosto di cercare di raccontarvi il disorientamento vissuto nell’udire sfrecciare a folle velocità Ammann e colleghi sopra la mia testa. Lanciati a corpo libero, come aquile nei cieli, e diretti il più lontano possibile, cercando di riprendere contatto con la neve obvaldese il più tardi possibile. La ricercatezza dei loro movimenti dal vivo è ancora più stupefacente, la percezione della loro velocità disarmante.

Tuttavia, va precisato, la competizione dal vivo mi è sembrata ben lungi dall’essere avvincente se comparata anche ad altri sport invernali. I salti si susseguono, le distanze raggiunte aumentano, gli atterraggi sono sempre più perfetti, ma l’imprevedibilità fatica a trovare posto sul trampolino… Cosa appassiona i numerosi tifosi accorsi anche da migliaia di km di distanza? “De gustibus non disputandum est”, ma forse più che appoggiarmi al latino dovrei cercare di formulare qualche domanda in polacco e parlarne con le centinaia di chiassosi tifosi giunti per sostenere il loro Kamil Stoch, duplice campione olimpico in carica, che a fine gara non si sottrae agli ormai classici selfie coi tifosi. Il polacco fra pochi mesi in Corea del Sud cercherà di portarsi a casa altri due ori, in modo da bissare l’impresa del nostro Ammann, ma sulla sua strada, tra gli altri, troverà indubbiamente anche il tedesco Richard Freitag, vincitore proprio questa domenica a Engelberg.

A fine gara, i tifosi polacchi non cessano di manifestare il loro entusiasmo e cercano di entrare in contatto con i loro idoli, incluso ovviamente la leggenda nazionale per eccellenza: Adam Malysz, che appesi gli sci al chiodo lavora per lo staff tecnico della squadra nazionale. Io, da questa giornata in un paesaggio reso peraltro fiabesco dalla bella nevicata della vigilia, torno a casa col sorriso e quella sensazione da “ho fatto anche questa”, seppure resti qualche domanda in sospeso. Che per capire a fondo questo sport sia tutta una questione di vodka?

 

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