Durante la mia carriera agonistica da nuotatore e in quella da allenatore mi sono imbattuto moltissime volte in nuotatori che in giovane età sembravano essere dei piccoli Michael Phelps, vincendo ogni genere di competizione ed evento, stabilendo record, per poi ritrovarsi ad arrancare con evidenti difficoltà una volta raggiunto il pieno sviluppo fisico, venedo sopravanzati in gara da tutti quegli altri atleti che fino a qualche anno prima venivano etichettati come lenti e scarsi.

Come mai avviene questo? Nel nuoto, come in differenti altri sport, c’è la tendenza da parte degli allenatori a bruciare le tappe, a precocizzare tutto il processo di allenamento non appena si ha sottomano un atleta che mostra del talento, o pseudo tale, migliore della media. Molti allenatori, e altrettanti genitori, non sono in grado di aspettare i frutti derivanti dai processi di allenamento e di crescita che possono durare diversi anni, anche 10-15, ma pretendono di ottenere risultati fin da subito, riempiendo il figlio di medaglie a 10 anni. Puntualmente poi queste medaglie mostrano anche l’altra faccia attorno alla maggiore età, quando tra lo stupore generale della parentela, bisogna far scendere lo sguardo sino alle ultime posizioni delle graduatorie per trovare il nome del proprio beniamino di casa, se addirittura non ha già chiuso la sua carriera natatoria.

L’allenamento segue delle basi scientifiche, ha delle tappe consecutive che devono essere rispettate per poter permettere il pieno sviluppo del potenziale dell’atleta. Mi rifaccio ora alla tabella di Martin, pubblicata nel 1982 ma sempre attualissima: in essa sono messe in rapporto alcune componenti motorie, le capacità condizionali e componenti psicologiche con le varie età in cui esse andrebbero sviluppate.

Riporto un esempio per essere più chiaro: le capacità coordinative, che sono quelle che ci consentono di controllare al meglio il movimento, rendendo efficaci azioni più o meno complesse, riconoscono una fase di sviluppo esclusivo tra i 6 e 12 anni, grazie allo sviluppo anatomico del sistema nervoso periferico e quindi alla comunicazione dei motoneuroni; quindi una volta terminato questo periodo, che definirei il “periodo d’oro per la corretta tecnica di nuotata”, imparare a nuotare nella maniera più corretta sarà infinitamente più difficile, e anzi sarà possibile solo affinare con molta fatica, quello che già sappiamo fare.

Ecco spiegato il motivo per cui i giovani talenti che vincono tutto in tenera età, sbaragliando la concorrenza, poi si ritrovano ad inseguire, senza quasi mai raggiungere, chi veniva costantemente battuto: chi ha dato tanta importanza alla tecnica corretta di nuotata in giovane età forse non avrà ottenuto i risultati nell’immediato, ma nell’arco temporale di diversi anni, questa scelta ha dato i suoi frutti e continuerà a darli a lungo.

Qui entriamo in un’altra problematica questione: le capacità effettive dell’allenatore di allenare e far sviluppare al meglio i propri atleti, soprattutto in età giovanile.

Nuoto

Tabella Martin, 1982

È credenza comune che per i giovani atleti sia necessario e sufficiente un allenatore anche inesperto, che li faccia nuotare un po’, che li faccia faticare che poi tanto tutto fa brodo, che li faccia gareggiare senza scopi, che non programmi nulla e che non abbia obiettivi a lungo termine: niente di più sbagliato! Quasi ogni allenatore che si rispetti sarebbe in grado di allenare un grande campione, ma non tutti sono in grado di allevare, parlo di allevare non allenare, un giovane atleta, in quanto si tratta di un processo enormemente più complicato e degno dell’attenzione di tecnici esperti. Ma di questo parleremo meglio un’altra volta.

Ritornando al discorso sulla tecnica di nuotata, è doveroso fare una distinzione per poter aver meglio chiari i concetti di tecnica e stile, molto spesso equiparati e considerati la stessa cosa. Lo stile è riferito al singolo nuotatore, alla sua specifica nuotata: il delfino di Phelps, lo stile di Magnini, la rana di Fioravanti. La tecnica, invece, è tutto quello che sta alla base di una nuotata corretta: gli accorgimenti tecnici sulla posizione della mano, della testa, delle braccia, delle gambe, del bacino, delle dita, della respirazione ed i movimenti da far fare a ciascuno di questi elementi. Potremmo quindi dire che la tecnica è al centro dell’allenamento e l’atleta è al centro della tecnica.

Ma perché la tecnica riveste questo ruolo fondamentale all’interno dell’allenamento e della gara? Il nuoto, come tutte le attività della vita quotidiana, prevede un costo energetico, che è piuttosto elevato, poiché ci troviamo in un ambiente che oppone una resistenza all’avanzamento di circa 800 volte maggiore rispetto all’aria. I fattori da cui dipende il costo energetico sono il drag attivo e passivo (drag è la resistenza che si oppone all’avanzamento), l’altezza del nuotatore, la forma del corpo, il galleggiamento delle gambe, la composizione corporea e la tecnica di nuotata.

Siccome sull’altezza del nuotatore non si può lavorare e nemmeno arrabbiarsi con la genetica dei genitori aiuta, sulla forma del corpo si può lavorare senza però ottenere grossi risultati. Sulla composizione corporea c’è sempre da rimanere in equilibrio perché il grasso galleggia ma non nuota mentre il muscolo nuota ma non galleggia. Di conseguenza la tecnica di nuotata sarà l’elemento chiave per il successo dell’atleta. L’allenamento pre-puberale e puberale non dovrebbe avere l’obietttivo di stimolare adattamenti dei sistemi metabolici, ma sarà importante in questa età sviluppare la tecnica di nuotata, in quanto siamo nel momento di maggiore plasticità per apprendere tali dettagli.

Apprendere una corretta tecnica ci consente di realizzare una nuotata più efficiente ed efficace, andando ad utilizzare la minor quantità di energia possibile per realizzare tale azione. Migliorando il rendimento energetico automaticamente miglioreranno anche le performance. Ricordiamoci però che non esiste un modello universale di nuotata, ma esistono tante soluzioni individuali basate però su dei principi fondamentali; per essere più chiari ne vedremo alcuni riferiti allo stile libero.

Il rollio del corpo per minimizzare la resistenza, la bracciata più lunga per accumulare meno tensioni muscolari sul collo e sulle spalle, l’inizio la rotazione del capo per la respirazione solo dopo l’entrata in acqua dell’arto opposto, la prima parte della passata subacquea effettuata a gomito alto, una battuta di gambe per ogni cambio di direzione degli arti superiori, il recupero guidato dalla spalla fatto piuttosto rapidamente, la virata efficace, il non respirare dopo la prima bracciata dopo le spinte dal muro e la posizione d’ingresso della mano sono piccoli dettagli che se messi insieme possono fare la differenza tra gli atleti.

Ora esaminiamo alcune motivazioni squisitamente biologiche sull’importanza della tecnica. Realizzare un gesto tecnico in maniera migliore, con i muscoli che lavorano in sinergia e sincronia, senza tensioni eccessive, senza coinvolgimento di muscoli accessori non utili al gesto, consente al nuotatore di percepire minore stanchezza e il tanto temuto acido lattico avrà una cinetica di produzione e accumulo molto rallenata, consentendo al nuotatore di realizzare non solo un gesto migliore e per più tempo, ma anche di poter aumentare l’intensità della sua nuotata a parità di consumo energetico.

Prendiamo questo esempio: due nuotatori con le stesse capacità acquatiche,; uno ha una tecnica di nuotata molto grezza, l’altro con una tecnica perfetta; a parità di velocità di nuotata, quello con la tecnica perfetta, avrà un senso di stanchezza e affaticamento minore rispetto al suo compagno con la tecnica grezza, che inoltre avrà anche un accumulo di acido lattico maggiore, che a lungo andare gli impedirà di eseguire il gesto atletico da lui voluto in maniera precisa.

Questa è l’importanza della tecnica!

Può anche essere che in tenera età la scelta di concentrarsi sulla tecnica non dia subito i frutti sperati, ma di sicuro se si vorranno raggiungere dei traguardi più avanti negli anni, sarà essenziale questo processo di apprendimento e miglioramento tecnico. Allenare giovani atleti per migliore il loro VO2 massimo con esercitazioni che li stressano fino allo sfinimento o alla tolleranza alla produzione dell’acido lattico, porterà dei grossi miglioramenti nell’immediato, senza però poterne ottenere altri nell’età dello sviluppo, quando questi sistemi andranno realmente allenati. E qui ritorna l’importanza della tabella di Martin, che ci guida nella miglior realizzazione possibile di obiettivi correlati all’età del nuotatore.

Il monito per tutti gli allenatori dovrebbe essere di non accontentarsi di obiettivi a breve termine, di miglioramenti cronometrici sensazionali nel giro di pochi anni, di medaglie a non finire in età giovanile, ma di allargare i propri orizzonti verso obiettivi a lungo termine, per poter osservare miglioramenti cronometrici e tecnici costanti nel tempo, per ottenere medaglie e risultati nell’età in cui vincere conta davvero, per vedere negli occhi dei propri atleti la felicità per l’attività che si svolge. Abbiate pazienza, il lavoro paga sempre. Anche se vi sembrerà di buttare via del tempo lavorando a lungo sulla tecnica, abbiate fiducia nel vostro lavoro, aspettate, siate pazienti.

Portate i vostri atleti nella direzione giusta, con serietà, coscienza e passione. Sempre. I bambini sono il nostro futuro.

De Angelis ( skipper ): conta la velocità della barca e l’abilità di chi la guida.

Vasco Vascotto ( tattico ): purché non la porti veloce e deciso nella direzione sbagliata!