Quando ti manca poco a compiere 28 anni devi decidere cosa farai da grande. Cosa farai della tua vita. Il periodo spensierato in cui provi un po’ di tutto, in cui vivi alla giornata, in cui gli sbagli fanno crescere, è finito. È il momento in cui gli errori si pagano, in cui bisogna pensare anche a domani, in cui ci si deve focalizzarsi su qualcosa.

A maggior ragione per un ciclista, per il quale la soglia dei 30 anni rappresenta il periodo della maturità. In cui hai accumulato i chilometri e l’esperienza che mancano a un 20enne, ma hai ancora le gambe e la freschezza che ormai sono un ricordo nel corpo di un 35enne. Nel ciclismo iperspecializzato di oggi, dove gli obbiettivi vengono minuziosamente selezionati, devi scegliere che tipo di corridore essere.

Julian Alaphilippe è sempre stato un corridore da corse di un giorno. Nel ciclocross, dove ha vinto una medaglia d’argento ai Campionati del Mondo Juniors, e poi su strada. Il fisico minuto (1.73m, 62kg) lo rende particolarmente adatto per le Classiche vallonate. La sua è stata una crescita graduale, che gli ha permesso in un primo momento di ottenere ottimi piazzamenti, poi di iniziare a imporsi. Nelle ultime due stagioni ha vinto Milano-Sanremo, Strade Bianche, Clasica di San Sebastian e due volte la Freccia Vallone (quella con il Mur d’Huy è forse più di ogni altra la sua corsa). Guadagnandosi l’accesso alla lista dei favoriti a ogni corsa a cui partecipa.

Al contrario, nella generale dei Grandi giri non si è mai messo particolarmente in luce. Fino all’anno scorso. Gli appassionati hanno ancora negli occhi la cronometro di Pau (13a tappa). In particolare l’ultimo chilometro, in cui Alaphilippe sembra indemoniato. L’ultimo strappo affrontato “fuori sella”, fra due ali di folla contenute a fatica dalle transenne, è qualcosa da pelle d’oca. Miglior tempo al traguardo e “sgommata” finale davanti a pubblico e fotografi impazziti. Come spesso fanno i motociclisti al termine di un gran premio. E in effetti quel giorno sembrava in sella a una moto, non a una bicicletta.

Il pensiero comune prima della partenza di ogni tappa, l’estate scorsa, era: “Oggi potrebbe perdere la Maglia Gialla”. Il pensiero comune dopo l’arrivo era: “Da oggi può davvero pensare di vincere il Tour de France”. Alla fine sappiamo tutti come è andata. O meglio, non sappiamo come sarebbe andata, visto che la decisiva ascesa verso Tignes è stata neutralizzata a causa di uno smottamento. Non sapremo mai se Alaphilippe avrebbe tenuto duro ancora per un po’, anche solo una tappa, o se avrebbe perso ancora di più nei confronti di Bernal. Quello che è certo è che il 5° posto con cui è giunto a Parigi potrebbe essere d’auspicio per un futuro diverso dal passato.

Nonostante le vittorie di prestigio conquistate finora, è il suo Paese a chiedergli perlomeno di pensarci su. A chiedergli qualcosa d’altro, qualcosa in più. I francesi aspettano da anni qualcuno che possa raccogliere il testimone che Laurent Fignon e Bernard Hinault si sono passati dal 1981 al 1985. Da allora, nessun loro connazionale è più riuscito a vincere la Grande Boucle. Thibaut Pinot e Romain Bardet, le uniche speranze transalpine degli ultimi anni, hanno puntualmente fallito. Forse per la troppa pressione sulle loro spalle, forse anche per un po’ di sfortuna. Sicuramente perché hanno sempre trovato avversari più forti di loro.

E allora pour l’amour sacré de la Patrie potrebbe essere proprio Alaphilippe a difendere la Maglia Gialla e far sì che, per una volta, rimanga in Francia per più di tre settimane.