Una culla dalle mille sfaccettature. Fiabesca. Meravigliosa. Unica. Dai colori pressoché inimitabili, immersa nella magica bellezza di laghetti alpini, cime innevate e ghiacciai millenari. Un panorama semplicemente sensazionale che, però, deve le sue origini a una leggenda piuttosto raccapricciante. Ai piedi della vallata di Lauterbrunnen, nella località di Grindelwald, un tempo viveva una famiglia di giganti spietata. Un giorno, un povero ‘Mannli’ chiese loro un sorso di latte. Richiesta che, tuttavia, gli venne rifiutata poiché secondo la famiglia non meritava che dell’acqua. Risentito, l’uomo iniziò a insultare la stirpe di giganti scatenando la propria ira. Nessuno, infatti, conosceva la vera identità del piccolo Mannli: lui, in realtà, era uno spettro. Uno spirito della montagna dotato di una forza sovrumana. Così, i membri della famiglia iniziarono improvvisamente a crescere. A divenire sempre più grandi. A impersonificarsi in roccia e ghiaccio, dando vita il padre all’Eiger, il figlio al Mönch e la figlia alla Jungfrau. Quella catena spartiacque che delimita l’Oberland bernese, da sempre tratto distintivo della Svizzera.

Fra seracchi, superfici glaciali e rocce, nelle giornate più limpide il panorama varca ogni confine fino a ricadere sui rilievi della Foresta Nera. Al di sotto dei numerosi quattromila, si snoda la lingua di uno dei più lunghi ghiacciai delle Alpi, l’Aletsch. Un quadro pittoresco, ammirabile grazie alla verve creativa dell’imprenditore Adolf Guyer-Zeller. Nel 1912, la cremagliera rosso lucente che dalle viuzze di Wengen risaliva sino alla stazione della Kleine Scheidegg raggiunse finalmente anche la Jungfraujoch, il tetto d’Europa. Quell’impressionante colpo d’occhio, fonte d’ispirazione di libri e pellicole, che ha sedotto e affascinato un numero sempre più crescente di escursionisti – perlopiù inglesi – accollandosi lo scettro di regno dell’alpinismo. Un vero e proprio boom che vide i britannici conquistare le vette più prestigiose e spettacolari della regione. Ma non solo. Sì, perché sotto l’egida di sir Arnold Lunn la mitica Arlberg-Kandahar, una delle prime combinate alpine itineranti, venne organizzata in quel di Mürren, località nei pressi di Wengen. Fatto che indispettì, e non poco, Ernst Gertsch.

In perenne ‘conflitto’ con i turisti inglesi, l’esperto alpinista decise di pianificare una competizione sui pendii di Lauterbrunnen per determinare chi, tra indigeni e britannici, detenesse le migliori qualità di sciatore. Una sana rivalità che, il 28 novembre 1929, dopo che Gertsch e il fondatore dello sci club Wengen Christian Rubi firmarono le dovute carte, diede finalmente i natali alla prima grande manifestazione internazionale di sci alpino su suolo elvetico. Una libera, uno slalom speciale e una combinata alpina che diedero i loro frutti: ad eccezione della combinata in cui trionfò il britannico Bill Bracken, nelle restanti specialità furono Rubi e Gertsch ad alzare le braccia al cielo A uscire vittoriosi, dimostrando così ai sudditi di Sua maestà la regina che pure i rossocrociati erano validi sciatori. Ma, quel lontano 1930, non rappresentò solamente la rivalsa di un’intera nazione, bensì anche l’inizio della storia dello scialpinismo moderno. All’ombra di quei tre grandi colossi, in quella confortevole e rassicurante culla custodita da imponenti pareti rocciose, nacque infatti una delle classiche monumento del Circo bianco, il Lauberhorn.

Lì, nel cuore delle Alpi, si snodano 4 chilometri e mezzo di salti nel vuoto e curve al limite dell’impossibile. Duri, difficoltosi, ma anche spettacolari. Due minuti e mezzo di pura adrenalina, di funambolismo. Una montagna russa di emozioni che induce i muscoli a invocare pietà. Dalla partenza situata a 2’315 metri di altitudine, gli atleti percorrono un primo tratto di scorrimento in cui è fondamentale non commettere errori e perdere velocità. Dopo una cinquantina di secondi, la pista si lascia alle spalle Eiger, Mönch e Jungfrau per apprestarsi ad affrontare l’Hundschopf, uno dei punti più affascinanti della gara. A destra, le reti di protezione; a sinistra, le rocce. Un volo nel buio di circa 40 metri, molto caro alla grigionese Lina Mittner… Se il Lauberhorn è ormai una pedina imprescindibile del circuito di Coppa del mondo maschile, per un breve periodo pure le donne poterono cimentarsi lungo il mitico pendio. Nelle prime due edizioni parteciparono solamente sciatrici rossocrociate, poi, però, la competizione vide anche la presenza di atlete di spessore mondiale. E, così, il 7 gennaio 1947 ‘l‘impavida Lina’ s’impose nella prima, e fin qui unica, libera femminile internazionale. Libera, il cui cancelletto di partenza era collocato proprio pochi metri al di sotto del salto dell’Hundschopf.

Nemmeno il tempo di sfiorare la neve che già si è confrontati con la Minschkante, in onore del discesista Josef Minsch ruzzolato a terra in quel tratto di pista fratturandosi il bacino. Una lunga curva sulla sinistra che, costeggiando la montagna, conduce fino al Canadian Corner. Impavidi, spettacolari e folli. Loro, sono i ‘Crazy Canucks’, i primi non europei a salire sul podio del Lauberhorn. Nel 1976, però, Dave Irwin e Ken Read balzarono agli onori della cronaca poiché, in quello stretto corridoio che immette nella S-Kernen, persero il controllo dei loro mezzi e vennero scaraventati fuori pista. Il loro tentativo di completare la curva in extremis, completamente accovacciati, è valso il nome di quel memorabile frammento. Ultimato il Canadian Corner, gli atleti devono effettuare un’importante decelerazione, la S-Kernen, prima di transitare sotto l’affascinante viadotto della linea ferroviaria. Da qui, si entra in un lunghissimo ‘rettilineo’ di puro scorrimento in cui la velocità può raggiungere i 162 chilometri orari: l’Hanneggschuss.

Superati muri e dossetti, nella parte conclusiva si deve percorrere l’Österreicherloch – settore fatale a più austriaci nel 1954. Ad eccezione degli infortunati Othmar Schneider e Fritz Huber, sette rappresentanti della nazionale delle aquile vennero esclusi dai giochi che più contano sicché rimasti vittime di una caduta nel medesimo istante di gara. I favoriti Andreas Molterer e Hans Senger, il debuttante Toni Sailer e altri comprimari vennero infatti sorpresi dall’elevata velocità e dalla presenza di qualche gobbetta. ‘Sono stato sopraffatto da questa forte velocità. Ero così spaventato, che chiesi perfino aiuto al Signore’, il commento di Sailer. Poco male, a trionfare fu comunque il connazionale Christian Pravda. Per finire, prima del muro conclusivo, una chicane che spesso risulta determinante per le sorti della competizione. E, il 18 gennaio 1991, anche per quelle di Gernot Reinstadler. Il ventunenne cadde brutalmente nella ‘esse finale’ sfrecciando a tutta velocità nelle reti di protezione, in cui rimase impigliata una punta degli sci. Delle immagini raccapriccianti che, nella folla, fecero affiorare un’ondata di incredulità. Un silenzio surreale che, in virtù della morte del giovane austriaco per le gravi lesioni vascolari riportate, si protrasse per giorni.

Una pista sensazionale dal primo all’ultimo metro, che mette a dura prova la resistenza e la potenza degli atleti. Non esiste una via di mezzo. O si ama. O si odia. Eppure, è proprio questa sua caratteristica a rendere così affascinante il Lauberhorn. Lauberhorn che solamente i più grandi discesisti della storia sono riusciti a domare. Austria. Svizzera. E, qualche volta, le grinfia di italiani, norvegesi e francesi. Non è dunque un caso che il record di vittorie appartenga al beniamino di casa Karl Molitor, trionfante per ben sei volte. Delle emozioni indimenticabili ma, forse, il successo più speciale rimane il primo: diceria vuole che, la sera antecedente la gara, una maestra di Wengen e i suoi allievi batterono una stradina di 150 metri a sinistra del tracciato per favorire le chance di vittoria del rossocrociato. Molitor, prontamente informato, imboccò la scorciatoia. Ma, risultando piuttosto stretta, l’elvetico colpì le reti di protezione e cadde a terra. Riuscì comunque a rialzarsi e vincere la corsa.

Nonostante qualche opera di restyling per accrescerne la sicurezza, la pista è rimasta quell’impervia e scoscesa lingua di neve ideata da Ernst Gertsch. Lui, che era l’anima, il cuore e il cervello del Lauberhorn. Un luogo privilegiato, nel bel mezzo della natura, che ricorda in tutto e per tutto la personalità di Gertsch. Semplice, gioviale, ma anche intraprendente, pieno di spirito d’iniziativa. Una roccia primordiale che, grazie all’introduzione della Coppa del mondo nel 1966, venne finalmente consacrata – unitamente alla Streif di Kitzbühel – quale pista per eccellenza. Ed è proprio in quel periodo che il figlio Viktor assunse le redini della corsa, l’importante eredità del padre. Senza alcuna esperienza alle spalle, Viktor rese il Lauberhorn una delle competizioni più rinomate del circuito. Più di ottant’anni di soddisfazioni, e qualche piccolo fallimento. Una conduzione famigliare unica nel suo genere che si concluse nel 2014, nel momento in cui Urs Näpflin subentrò alla carica di presidente del comitato organizzativo. Un giro d’affari che, oggi, conta un budget di 8.7 milioni di franchi.

Karl Schranz ai piedi del Mönch, 1966

Tradizione, modernità. Politica, commercializzazione. Accantonato il romanticismo, lo sforzo economico per assicurare il corretto svolgimento delle gare risulta ormai insostenibile. Stretta nella morsa di Swiss Ski e delle proprie finanze, anche quella fortezza che sembrava pressoché inespugnabile si vede confrontata con gli effetti della globalizzazione. Soldi, contratti televisivi e marketing. Dimenticando la gloria sportiva, il Lauberhorn ricopre un ruolo fondamentale per Wengen, per la Svizzera. A livello turistico ed economico, ma anche sociale. Ed ecco, allora, che pure quelle rocce cariche di significato, eterne, sono costrette a cedere alla commercializzazione. A veder comparire archi pubblicitari sopra dei tratti che hanno scritto importanti pagine di storia della disciplina. Ma, tant’è. L’edizione di quest’anno avrebbe potuto essere l’ultima, eppure, non è stato così… Come si suol dire, tutto è bene quel che finisce bene!

(Fonte immagine di copertina: Lauberhorn 2019 © Reto Nyffenegger)