“Ancora non m’hai detto qual è il tuo lavoro…dai dimmelo, come ti guadagni i soldi?

Scazzottando la gente.

Insomma vuoi dire che fai la boxe?

No, faccio a pugni nudi io…il guadagno sta nelle scommesse.

Strano come lavoro.

Meglio che fare il gommista e cambiare le gomme a due dollari al giorno.

Come ti senti quando hai steso qualcuno?

Molto ma molto meglio di quello che ho steso…almeno credo.

E ti pare una ragione?

Ehi, guarda che la ragione è un’altra, sono i soldi.”

Questo dialogo estratto da L’eroe della strada (1975), opera prima di Walter Hill (salito agli onori della cronaca specialmente per aver realizzato film cult come I guerrieri della notte e 48 ore) racchiude le due tematiche cardine della pellicola: il pugilato clandestino e l’America della Grande Depressione. Ed è proprio perché c’è la crisi (non a caso il titolo originale del film è Hard Times) che il solitario Chaney (Charles Bronson), non più giovanissimo ma ancora devastante e in cerca di quattrini, si cimenta nei combattimenti da strada.

E i soldi, quando incontra il manager Speed (James Coburn) con il quale instaura un sodalizio, non tardano ad arrivare. Insomma, stiamo sì parlando di un’attività illegale, ma questo “sport” ha una struttura, delle gerarchie e delle regole ben definite: bisogna stipulare un contratto con il proprio procuratore, gli incontri possono essere organizzati solo se disposti a mettere in palio un certo ammontare, non si può colpire l’avversario quando è a terra, non si possono utilizzare armi ecc ecc.

Speed e Chaney diventano così una squadra e, nonostante siano diversissimi (uno sperpera tutto quello che guadagna e non sta zitto un attimo, l’altro è più generoso e parla poco) amici, dove il primo organizza gli incontri mentre il secondo picchia come un fabbro. I tempi sono quelli che sono e ormai si fa quello che si può per sbarcare il lunario. Infatti, qui la boxe non è trattata in maniera eroica/epica e spettacolare, non è neanche una via di riscatto alla Rocky, ma giusto un modo per restare a galla e poter continuare a camminare a testa alta.

Dal punto di vista della regia, la pellicola è caratterizzata da inquadrature fisse e da un montaggio tutt’altro che frenetico, uno stile essenziale ma molto elegante. Di fatto, grazie ad una padronanza del mezzo cinematografico davvero notevole per un regista al suo esordio che crea un ritmo incalzante, L’eroe della strada è quasi un film muto la cui storia si segue anche senza bisogno dei dialoghi.

Se non fosse che si presenta facendosi chiamare Chaney, il protagonista risponde a tutti gli effetti all’archetipo western dello straniero dotato nonostante tutto di una certa etica che arriva in città – anche se non lo fa a cavallo, bensì su un treno, e di certo non in prima classe ma da clandestino imboscato nel vagone dove di solito vengono caricate le bestie – per poi, così com’è arrivato, svanire nel nulla, proprio come un pistolero dei vecchi film. Insomma, siamo in presenza di un western metropolitano sportivo.