Il tiki-taka (o tiqui-taca) ha danneggiato il calcio e soprattutto la concezione del ruolo del difensore. Vero, sempre più giocatori che occupano il reparto arretrato si sentono in dovere di tenere pallone più del dovuto, improvvisando circolazioni azzardate, creando il più delle volte imbarazzanti misunderstanding che diventano regali per gli avversari e spesso anche gol.
Non tutti, nelle corde, possono possedere una dimistichezza e una tecnica tale per facilitare un’uscita palla pulita. Vi sono quei difensori, le cui caratteristiche sembrano ormai dimenticate, che non facevano troppi complimenti ed erano insuperabili nell’uno contro uno.
Al giorno d’oggi non si pensa che gli allenatori, studiosi del gioco molto più che in passato, prima di affidare ad un difensore un compito di tale importanza palla nei piedi, lo studiano e in tanti casi se non è possibile affidarglielo, arretrano un centrocampista.
Quest’ultima è la massima esposizione e dichiarazione del “bel gioco”, del “il pallone lo teniamo noi”.
Nel corso degli anni specie recentemente a tanti difensori centrali è stato affiancato un centrocampista, meno esperto in temi come chiusure e diagonali, ma sicuramente più pronto e sicuro in fase di possesso.

JULIAN WEIGL:
Al momento uno dei maggiori interpreti di questo cambio, ma forse anche uno dei più sottovalutati è il numero trentatré, classe 1995, del Borussia Dortmund, Julian Weigl. Capitano già a 19 anni nel Monaco 1860, passa già l’anno successivo al Borussia, dove ha inizio la formazione. Acquistato come promettente regista, si scopre difensore grazie ad alcune intuizioni e sposta il suo raggio d’azione. Su YouTube tempo fa si potevano ammirare le gesta in un video che si chiamava “Julian Weigl – the intelligent” e già questo la direbbe lunga sul perché i suoi allenatori abbiano avuto la fiducia e il coraggio di arretrarlo. Difensore non insuperabile ma determinante in fase di possesso, in quel gioco verticale ormai marchio di fabbrica dalle parti del Signal Iduna Park. Quest’anno al fianco di Hummels, un difensore che mischia tradizione e modernità nell’interpretazione del ruolo, forma una coppia quasi perfetta. L’ex Bayern è chiaramente più difensivo e Weigl apprendista, ma pallone nei piedi, le scorribande letali di Sancho, Reus, Hazard e Achimi ringraziano.

Un po’ di immagini del giocatore del Dortmund

JAVIER MASCHERANO:
Una delle invenzioni di Guardiola. Lo stesso Mascherano affermò che prima della finale di Wembley, Pep predisse esattamente come sarebbero andate alcune situazioni e non sbagliò. Quello stesso match, uno dei meglio giocati sotto il regno dell’allenatore poi andato al Bayern, l’argentino fa coppia con Piquè e sfodera una prestazione sontuosa contro un avversario scomodo, come il reparto offensivo dello United che schierava Rooney e Giggs. Oltre alle doti da mediano di interdizione che gli conferiva una sicurezza unica nella gestione del possesso, el Jefecito Mascherano – come si evince dal soprannome – possedeva e possiede il carisma unico del difensore, del condottiero indomito. Dopo essersi affermato al Liverpool come mediano al fianco di Xabi Alonso, lo spostamento a difensore centrale nel Barcellona gli ha permesso non solo di raccogliere più gettoni in maglia blaugrana, vista la presenza di mostri sacri in mezzo al campo, ma lo ha talmente condizionato che le partite giocate con la nazionale, sempre vestendo il numero 14, ma mediano nel 4-2-3-1 o 4-3-3, hanno dimostrato una sua difficoltà a gestire il ritmo in mezzo e come lui ormai si sentisse più a suo agio nel reparto arretrato.

Il meglio di Mascherano

JOSEP GUARDIOLA:
Mascherano dietro è una sua intuizione, ok, ma anche Guardiola ha vissuto nel corso della sua carriera un arretramento. È un discorso diverso da quello dell’argentino, perché Cruijff non ha quasi mai pensato di schierare il catalano come difensore puro. Era una perfezionista del possesso, per cui arretrare il suo fidato regista di qualche metro e guadagnare spazio per un altro centrocampista e giovarne nel possesso era di fatto più un elogio alla sua idea, una gioia personale da soddisfare.
Quando il visionario olandese scelse Guardiola, quasi ventenne, come volante per la sua macchina che fu presto chiamata “Dream Team”, non aveva né un fisico prorompente né velocità, sul modello di quello che poi sarà sempre con Guardiola, Busquets, Cruijff aveva bisogna di un cervello pensante, di una parete intelligente che pulisse e restituisse palloni nella maniera più precisa possibile.
Questo ruolo è possibile farlo in mezzo al campo, ma per certi versi, specie spostando il raggio d’azione di qualche metro, rendendosi più liberi.

Il tecnico del City quando ancora in campo ci entrava



DANIELE DE ROSSI:
Rimanendo in casa Barcellona, o rubandone l’idea, si viaggia fino a Roma, sponda giallorossa. Anche in Italia, madre dei più grandi difensori della storia, vi è stata l’occasione di arretrare un centrocampista per aiutare la fase di possesso. Accadde alla Roma, con Luis Enrique in panchina, quando De Rossi fu chiesto di impostare qualche metro più indietro. Qualche traccia blaugrana ci doveva pur essere, ma questo non sarebbe mai stato possibile senza la disponibilità di Daniele che accettò, forte anche della stima che lui stesso prova verso questa interpretazione di calcio. Senza mai nascondersi ha sempre preso le parti di Luis Enrique, apostrofato Enrichetto dai tifosi e probabilmente non capito a pieno. De Rossi ha giocato poche partite in linea con i difensori ma il carisma ricorda senza dubbio quello di Mascherano e chissà che in quella posizione non si sarebbe tolto ancor più soddisfazioni.
Ora al Boca Juniors, in una delle scelte più romantiche, che il calcio abbia mai visto, gli è capitato di insegnare il ruolo del “cinco” come lo chiamano in Argentina, con scivolate temerarie che lì esaltano e lanci da precursore che applaudono come se il nostro Daniele fosse un predicatore nel deserto. Forse lì in mezzo al campo c’era più spazio per la guerra che tanto lo ha esaltato, ma altrettanto vero che dietro ce n’era altrettanto per una verticalità e una maturità, che seppur sottovalutate, non sono mai state virtù nascoste nell’eterno sedici giallorosso.

La grinta e l’intelligenza di Capitan futuro

FRANZ BECKENBAUER:
E’ il pioniere di questa scelta tattica. In un periodo in cui, non veniva considerato neanche il modulo con cui schierarsi in campo, un giovane tedesco, scuola Bayern Monaco, arretra di qualche metro, diventando modello d’ispirazione per tutte le generazioni a venire. Franz Beckenbauer, primo difensore a vincere il pallone d’oro (ben due), è stato idolo di aspiranti difensori. Uno dei primi ad essere determinante pur non essendo un finalizzatore, capace di essere una star pure in un ruolo apparentemente meno cool. Già nel mondiale del 1996 mostrò le sue doti da tuttocampista con il gol contro la Svizzera in cui si spinge in avanti, episodio insolito ed eccezionale persino nel calcio odierno. Successivamente nella Germania campione del mondo nel 1974 e nel Bayern che vinse tutto nello stesso periodo, Beckenbauer ne era l’anima, il capitano, uno che scelse la posizione di libero per essere secondo, ma per questioni di spazio, solo al portiere. Per non perdere il controllo della situazione, come il più abile dello stratega e questo a Kaiser Franz serviva più dell’ossigeno, con o senza il pallone tra i piedi.

Il Kaiser in tutto il suo splendore