Ogni domenica noi europei fremiamo alla vista di undici giocatori che corrono dietro ad un pallone con il quale riescono poi a deliziarci tramite svariate magie. Oltreoceano invece, sebbene anche lì il “soccer” stia prendendo sempre più piede (vedi gli importanti investimenti fatti negli ultimi anni per accaparrarsi i nostri campioni ormai giunti a fine carriera, Giovinco a parte), si vive più per il football. Capitan Ovvio? In parte sì, tuttavia, dalla nostra prospettiva non è poi così facile rendersi veramente conto di quanto questo sport incida sulla vita degli americani.

Per esplorare anche il “dietro le quinte” del campo e la passione che in molti hanno per questa disciplina, se si vuole farlo con un bel film, un buon punto di partenza è sicuramente Ogni maledetta domenica (1999) di Oliver Stone, che quasi tutti ricordano per il famosissimo discorso che Al Pacino fa alla sua squadra. Addirittura, se su Google si digita “discorso motivazionale”, la seconda pagina in assoluto che ci viene suggerita è il video della nota scena del film.

In questa pellicola sportiva il regista ci porta – sempre in modo efficace – dal terreno di gioco allo spogliatoio, fino alle trasmissioni televisive e alla vita privata dei giocatori. Riusciamo così a percepire, oltre alla passione e all’adrenalina che gli atleti provano, anche le dinamiche di solidarietà e di cameratismo che vengono a crearsi tra di loro, ma inevitabilmente anche quelle di competizione. Perché in questo sport come in molti altri, emergere è molto difficile, e per farlo non basta il talento, bisogna essere disposti a fare tanti sacrifici. E spesso anche se si riesce a sfondare, è facile farsi risucchiare dal lusso, dai festini, dalle belle macchine e dalle belle donne, e dalla droga. Ogni maledetta domenica analizza molto duramente e cinicamente – descrizione che tuttavia senza dubbio si avvicina alla realtà –  anche l’impatto mediatico che il football ha sulla società americana, e come questo sport sia ormai sempre più schiavo del business, dei soldi. “Ai tempi, con tuo padre, per rinnovare il mio contratto bastava una stretta di mano davanti ad una birra” confessa con nostalgia l’allenatore Tony D’Amato (Al Pacino) a Christina Pagnacci (una sempre splendida Cameron Diaz), la figlia dell’ormai defunto proprietario – e amico di Tony – degli “Sharks”. “Io non bevo birra” risponde Cristina. E infatti lei, pur di far quadrare i conti dell’azienda è disposta a tutto, anche a tagliare giocatori ed allenatori che hanno sempre dato l’anima per il team. Si noti come poco fa ho parlato di azienda: il football americano, ci dice Stone, è ormai diventato un’industria, snaturato dalla pubblicità, dalla televisione, dagli azionisti e dalle strategie di business. “La prima volta che hanno fermato una partita per pubblicizzare un prodotto, capii che tutto stava cambiando…è la TV, ha cambiato il nostro modo di pensare”, afferma sconsolato il carismatico allenatore. Ormai lui è uno vecchio stampo, uno che oltre a svolgere il ruolo di allenatore svolge quello di psicologo, se non addirittura di padre, uno che non vede i suoi ragazzi come dei numeri o degli oggetti – si veda la scena nella quale il corrotto dottore della squadra fa giocare un ragazzo nonostante un ulteriore colpo alla testa potrebbe risultargli fatale –  bensì come degli amici, se non addirittura dei figli.

Insomma, Ogni maledetta domenica , anche grazie ad una bella colonna sonora che spazia dai Black Sabbath al rap underground di Mobb Deep, DMX e Capone-N-Noreaga , a forsennati stacchi di montaggio che nelle inquadrature spesso e volentieri insistono sui primi piani e sui dettagli per catapultarci in campo, e a cromature accese, ci dice tutto questo. E un po’ ci fa venire voglia, per chi già non lo facesse, di iniziare a seguire il football, o perlomeno di guardare con gli amici il Super Bowl quella volta all’anno, che nonostante tutto racchiude ancora al suo interno un’atmosfera magica.

Il giudizio di CORNER