Per tutti quelli che hanno più o meno la mia età, 28 anni, non esiste una Nazionale svizzera pre Köbi Kuhn. Le prime immagine televisive sono proprio con lui in panchina, solitamente pacato e con l’aria buona. Un nonno adottivo per tutti noi ragazzi che dal divano di casa guardavamo la Nati in giro per il Vecchio Continente, a caccia di quei punti utili per qualificarsi all’Europeo o al Mondiale di turno.

Chiudendo gli occhi, sono due le immagini che collego al suo nome. No, il famosissimo cambio di Alex Frei non è una di queste. La prima è una partita dell’Europeo 2004 in Portogallo: Svizzera – Francia. Match praticamente inutile, la Svizzera ha un solo punto in classifica ed è ultima nel girone, ma non è del tutto spacciata, se ricordo bene, perché matematicamente, con una vittoria molto rotonda sui galletti e un pareggio nell’altra sfida tra Croazia e Inghilterra sarebbe potuta passare. Più facile a dirsi che a farsi. Pensiero condiviso anche dallo stesso selezionatore elvetico, che ridisegna la squadra rispetto alle due partite precedenti. Frei non c’è, perché squalificato in seguito al noto sputo in Svizzera – Inghilterra, e il veterano Chapuisat si siede in panchina. Chi c’è in attacco? Yakin e Gygax alle spalle di Johan Vonlanthen, giovanissimo talento rossocrociato del PSV.

Ed è proprio lì che va la mia mente, all’attaccante che gioca in Olanda, a quello storico gol che metterà a segno, quel momentaneo pareggio che un po’ ha fatto sussultare tutto il paese. Non sarà un gol qualunque, no, perché Vonlanthen ha 18 anni e 141 giorni e quella sua realizzazione lo manda di diritto nella storia del calcio, diventando il più giovane di sempre a segnare in una fase finale del campionato Europeo. Un primato tolto a sua maestà Rooney, che giusto qualche giorno prima era diventato recordman di precocità. L’inglese se ne sarà fatto una ragione, vista la carriera che ha avuto, contrariamente al Nostro, che mai è riuscito ad affermarsi su standard che alcuni avevano ipotizzato.

La seconda immagine che mi ricollega a Kuhn viene scattata nella mia mente due anni più tardi, al Mondiale di Germania. La partita è Svizzera – Corea del Sud, terza e ultima del girone. La Svizzera vincerà 2-0 grazie anche a un’altra rete iconica del calcio svizzero: lo stacco imperioso di Senderos che segna e si taglia in viso, esultando sanguinante. Continuo a pensare che quella gara sia stata uno spartiacque nella carriera del centrale del Chiasso. Forse non tutti lo ricorderanno, ma si fece male e dovette uscire, saltando anche l’ottavo di finale contro l’Ucraina. Beh, io credo che da lì in poi, Senderos non sia più stato lo stesso. Una notevole carriera sicuramente, ma in lui molti vedevano un futuro ancor più roseo, più importante. La sua crescita sembrava poterlo portare a diventare uno dei migliori interpreti del ruolo, ma così non è stato, complici molti guai fisici che l’hanno condizionato.

Ma torniamo a noi. Dicevamo del 2-0. La Svizzera vince e passa agli ottavi. Avevo 15 anni e guardavo la partita assieme agli amici davanti al maxi schermo messo in piazzale alla Valle a Mendrisio. Allo schermo gigante, oggi, non si fa quasi più caso, è praticamente naturale che venga installato nelle piazze ticinesi. Per me era una cosa nuova e mai nella mia vita avevo potuto gioire e festeggiare per un successo della mia Nazionale. Successo che lì significava passare il turno da primi della classe. Non potrò mai dimenticare quello che accadde al triplice fischio. Una piazza intera in festa: urla, birre che volavano, grida, cori, abbracci e tanto altro ancora. Ma il meglio, per me, doveva ancora venire: i caroselli.



Mendrisio si trasformò in quei festeggiamenti, che proseguirono a lungo in giro per il comune, ed avevano un minimo comune denominatore: i clacson. Noi, che la patente dell’auto non l’avevamo, partecipammo alla festa con i nostri motorini, che a 28 km/h (ok no, erano tutti truccati) circolavano per le vie del Borgo. La rotonda nei pressi di piazzale alla valle venne presa d’assalto: macchine, motorini, scooter, moto, ma anche persone a piedi, cominciarono a girarci attorno senza mai uscire dalla rotatoria. È stato uno dei momenti più belli che la Nazionale mi ha saputo regalare e lo devo anche, e forse soprattutto, a lui, Köbi Kuhn.

Nei suoi anni venne fuori quella generazione d’oro formata da calciatori come Behrami, Senderos, Lichtsteiner, Djourou, Barnetta e tutti quei giocatori nati a metà degli anni Ottanta. Nei suoi anni cominciò a nascere quella Nazionale multietnica che conosciamo oggi. Nei suoi anni si assistette alla transizione che portò il movimento calcistico svizzero a un livello superiore rispetto al passato, un processo iniziato qualche anno prima, ma che ha trovato in lui un elemento perfetto per la sua messa in pratica.

Sedutosi in panchina nel 2001, ha saputo dare continuità alla squadra, portandola praticamente a tutti gli appuntamenti maggiori fino al 2008, quando lasciò l’incarico dopo gli Europei di casa. Europei che rappresentano forse il rammarico più grande della sua gestione, perché iniziarono male, con l’infortunio di Frei e proseguirono peggio, con l’eliminazione dal girone. Non doveva finire così, ma la storia non si cambia. Negli anni della malattia avrà sicuramente seguito con interesse l’evoluzione della squadra, una creatura che avrà sentito ancora un po’ sua, vedendo i suoi giovani virgulti diventare veterani, magari un po’ acciaccati, ma sempre pronti a battagliare in quel rettangolo verde, che a lui, da giocatore prima e allenatore poi, ha dato tante soddisfazioni.

Ci mancherai Köbi, che la terra ti sia lieve.