Il 23 gennaio 1939, alle dieci della mattina, Gustav Hartmann arriva, come da abitudine, al Café Annahof, nel quartiere Favoriten di Vienna. Immediatamente, però, capisce che c’è qualcosa che non va: il suo amico Mathias non è al bancone, il bar è ancora chiuso.

Le caffetterie viennesi, nel primo ‘900, divengono centri di ritrovo per i più grandi artisti, scrittori e pensatori del tempo. Da Gustav Klimt a Egon Schiele, da Adolf Loos a Lev Trockij. Ci si siede, si beve un caffè e si rimane per ore a discutere, a condividere informazioni, pensieri e opinioni sull’arte, la politica, l’attualità, la filosofia e sul tema più caldo di tutti: il calcio.

Fra il 1931 e il 1932, infatti, la nazionale austriaca di calcio aveva infilato una serie di 14 risultati utili consecutivi, che le aveva assicurato la vittoria nella Seconda edizione della Coppa Internazionale (una sorta di antenata degli attuali Campionati Europei). Il cosiddetto Wunderteam era considerato la squadra più forte del mondo e il gioco moderno e prettamente offensivo degli austriaci solleticava le menti dei frequentatori delle caffetterie viennesi.

Il leggendario Wunderteam

La mente che stava dietro all’incredibile successo del Wunderteam era quella del rigido Hugo Meisl. Un allenatore incredibilmente moderno e rivoluzionario. Nel 1935 Meisl scriveva : ” Per giocatori tecnici ed intelligenti non c’è un sistema fisso. A cominciare dal portiere, tutti devono collaborare ad un lavoro costruttivo preciso ed efficace. Sicuro, anche il portiere! (…) Non bisogna mai passare sui piedi del compagno, ma avanti a lui, nello spazio libero, per non arrestarlo nella sua avanzata. Questo è dunque il mio sistema: nessun sistema. ” Un discorso che potremmo tranquillamente sentir fare a Pep Guardiola 84 anni dopo.

Le radicate convinzioni di Meisl si sposarono perfettamente con una squadra ricca di talento e classe come quella austriaca. Dall’incontenibile terzino destro Karl Sesztak al capitano Naussch, velocissima ala sinistra, fino alla coppia di centromediani Smistik e Hofmann. Con loro, il più grande calciatore austriaco di tutti i tempi: Cartavelina Mathias Sindelar.

Hugo Meisl

Nato in Moravia, ma trasferitosi fin da piccolo a Vienna, Sindelar affrontò un’infanzia povera e non particolarmente felice. Il padre morì quando lui era ancora piccolo e lui fu costretto a trovare un lavoro da meccanico per dare una mano alla madre. Il calcio diventa la via di fuga e, nonostante un fisico per nulla prestante, ben presto Sindelar entra nelle giovanili dell’ Hertha Vienna. Giocherà per tutta la carriera nella città austriaca fra Hertha e Rapid, rifiutando le ricche e numerose offerte britanniche.

Fu però con la nazionale austriaca che Sindelar stupì il mondo: Vittorio Pozzo ne La Stampa del 26 gennaio 1939 scrisse con nostalgia: “La sua non era una finta scomposta, plateale, marcata. Era un accenno, una sfumatura, il tocco di un artista (…) l’eleganza di un passo di danza alla Strauss“. Sì, con nostalgia. Perché tre giorni prima, Cartavelina Sindelar, a 36 anni, era morto. Ma non siamo ancora arrivati a quel punto della storia.

Sindelar fu uno dei primi calciatori moderni anche grazie al suo impatto mediatico

Il 3 aprile 1938 le strade di Vienna si riempirono di 60’000 spettatori pronti ad assistere all’ultima partita della defunta Austria, ormai annessa da un anno con un referendum-farsa all’Impero Nazista. Il Fuhrer aveva concesso a Sindelar e compagni, per un’ultima volta, di poter indossare la casacca della nazionale austriaca e utilizzarne il nome, ormai cambiato in Ostmark. Ad una condizione: nessuna umiliazione per la Germania, la Germania deve vincere.

Il primo tempo venne giocato in un clima surreale: la squadra che fu di Hugo Meisl camminava e sbagliava appositamente appoggi e tiri molto semplici. Nel frattempo la tribuna dei gerarchi assisteva alla partita impassibile. Il risultato sembrava già scritto. Poi, improvvisamente nel mezzo del secondo tempo, la svolta. Un rinvio sbilenco dell’estremo difensore tedesco Jakob fece prendere una traiettoria inusuale al pallone che terminò fatalmente sul delicatissimo piede destro del biondo Sindelar. I suoi glaciali occhi azzurri indirizzarono il tiro all’incrocio dei pali. Austria 1 – Germania 0. Sindi aveva già deciso che quella sarebbe stata la sua ultima partita. Rifiuterà sempre le convocazioni con la Germania di Herberger. Rifuterà sempre la tessera del partito nazional-socialista. E concluderà quella partita esultando sotto alla tribuna dei gerarchi dopo aver offerto l’assist del 2-0 all’amico Karl Sesztak.

Il video dell’andata della finale della Coppa dell’Europa Centrale 1932-33. L’Ambrosiana-Inter di Meazza contro l’Austria Vienna di Sindelar. Finisce 2-1, ma nel ritorno gli austriaci ribaltano il risultando, con una tripletta di Papierene.

Sindelar, Der Papierene (cartavelina), non può più giocare a quei livelli e lui giustifica così il suo no alla nazionale tedesca. I numerosi infortuni al ginocchio destro, che fasciava sempre, lo avevano costretto addirittura a 5 giorni di ospedale in Italia, dopo lo scontro coi padroni di casa nel mondiale del ’34. Proprio durante quella degenza, però, conobbe l’infermiera Camilla Castagnola, con cui strinse un rapporto d’amore che culminò con il trasferimento dell’italiana a Vienna nel 1937. Nemmeno un anno dopo Sindelar acquista il Café Annahof e comincia la sua vita con Camilla, che vive con lui nell’appartamento sopra al Cafè.

Il 23 Gennaio 1939, Gustav Hartmann, amico di Sindi, sfonda la porta dell’abitazione di Mathias Sindelar e lo trova, morto, disteso per terra. Al suo fianco, Camilla che vivrà ancora solo per poche ore. Il più grande sportivo austriaco di tutti i tempi era stato ucciso dal monossido di carbonio. Una stufa difettosa, le finestre sigillate nel gelido inverno viennese.

40’000 persone invasero le strade di Vienna. Questa volta non per la partita allo stadio Prater. Questa volta era per salutare Cartavelina e Camilla. Qualcuno parlò di omicidio, più di qualcuno ipotizzò invece un suicidio: Sindelar non avrebbe mai voluto vivere in una Vienna nazista. La Gestapo ordinò di rubricare la morte ad “incidente”, così da assicurare il funerale di Stato a Der Papierene, vissuto per soli 36 anni, vissuto da grande calciatore e da simbolo della resistenza al nazismo. Un uomo fragile come la carta velina, forte come l’acciaio.