David Foster Wallace l’avrebbe definito uno dei classicissimi “Federer Moments”, un’altra penna del Novecento dall’inchiostro pregiato invece l’avrebbe sicuramente inserito nella sua raccolta di “Storie di ordinaria follia”, io preferisco paragonarlo a un’omelia lunga 61 minuti, con tanto di inchino finale. Tre vie differenti ma altrettanto valide per definire il quinto set della finale tra Federer e Nadal. Un’esperienza sensoriale difficile da ignorare in quel momento, impossibile da scordare anche tra molti anni.

Pochi ci credevano, come è troppe volte accaduto nella lunga e gloriosa carriera dell’elvetico. Il break d’entrata ci ha fatto tornare alla mente le vecchie e amare finali non solo contro lo spagnolo ma anche contro Djokovic, in tempi più recenti. Un Federer spaesato, confusionario e arrendevole che si apprestava, anche piuttosto rapidamente, a levarsi la fascetta dai capelli e percorrere quei pochi passi verso la rete, in attesa del saluto di rito con il suo contendente, impegnato a saltare di qua e di là dopo aver trasformato il match point.

A rendere tutti ancor più miscredenti, l’intervento del fisioterapista dopo qualche game, con quelle mani rapide che cercavano di ridare vitalità a gambe improvvisamente poco agili. Il risveglio da quel bellissimo sogno iniziato due settimane prima sembrava la cosa più ovvia di questo mondo. Sembrava finita, le circostanze parevano irreversibili per chiunque. Chiunque, appunto. C’è un piccolo particolare: Roger Federer non è chiunque. Roger Federer è una mostra artistica in movimento che da anni incanta generazioni e generazioni, redimendo anime sparse per la Terra.

Cos’ha di tanto speciale ce l’ha fatto capire in tanti anni di circuito ATP, con i suoi colpi armoniosi, le sue epiche vittorie, le sue sconfitte che mai l’hanno messo in ginocchio, nemmeno quando sembravano difficili da digerire, come fossero evidenti spartiacque tra l’essere il migliore e l’essere uno dei tanti. Ma la realtà delle cose ha mostrato come Federer non abbia nulla da spartire con la collettività tennistica, essendo un’entità che da quell’8 agosto del 1981 è stata accolta tra le grazie di Evan, la dea etrusca dell’immortalità.

L’esempio più lampante di quanto detto sta in quei 33″ di liturgia sul 4-3 in suo favore e 40 pari con Nadal alla battuta. 10 diritti scoccati con maestosa padronanza stilistica, 3 rovesci tanto splendidi che così non s’erano visti mai, corse da un lato all’altro del campo come se il suolo fosse cosparso di braci ardenti. Poi quel riflesso sull’ultimo colpo in allungo degno del miglior pugile, pronto a incassare senza concedere un centimetro, per poi pungere improvvisamente. La bellezza estetica e l’essenza del renano è tutta lì, in quei 33 secondi di pura esperienza mistica. Una sorta di benedizione a tutti i suoi seguaci, incollati a uno schermo.

Sarebbe facile e banale ricordare i sei mesi d’assenza, l’età che avanza e tutto il resto. Io voglio concludere rendendo merito a Rafa Nadal, l’Avversario con la “a” maiuscola. Due racchette, una rete e qualche pallina gialla hanno fermato il tempo, riportandolo indietro di qualche anno. È stata una domenica indescrivibile anche grazie al mancino di Manacor, battutosi come non riusciva a fare da anni tra mille problemi fisici. Se il gusto di questo trionfo è tanto appagante lo dobbiamo anche a quelle sconfitte inflitte dal maiorchino. Ma quell’ultimo falco ha voluto rimettere a posto le cose, toccando quella riga che negli ultimi istanti sembrava fattasi terribilmente sottile.

La stagione è iniziata come meglio non poteva, il famigerato 18o Slam è arrivato. Cosa chiedere ancora? Non so, forse nulla. Mi viene da dare a Federer solo un umile consiglio qualora intendesse crollare di nuovo a terra dopo un torneo vinto: l’erba è sicuramente più morbida.