10 anni fa, nella notte tra il 27 e il 28 gennaio 2007, se ne andava Carlo Clerici. Nato a Zurigo da madre svizzera e padre italiano, riuscì a vincere uno dei Giri d’Italia più controversi di sempre e lo fece contro ogni pronostico, anche se il vantaggio accumulato sul secondo classificato, 24 minuti e 16 secondi (!), lascerebbe intendere il contrario.

Certo, era un ciclismo di un’altra epoca, in cui non di rado si vedevano pesanti distacchi, ma Clerici non era sicuramente un atleta in grado di rifilare così tanto tempo a campioni come Hugo Koblet (2°), suo connazionale e coéquipier (o meglio capitano), Fausto Coppi (4°, vincitore i due anni prima), Fiorenzo Magni (6°, si rifarà l’anno dopo) o Gino Bartali (13°, alla sua ultima Corsa Rosa).

Ma come ha fatto a mettere fra sé e gli altri un divario così ampio? 27 maggio 1954, si corre la 6a tappa, 252 km vallonati con partenza da Napoli e arrivo a L’Aquila (tra l’altro il giorno dopo averne percorsi 279, da Bari alla città campana). Dopo 28 km dal via, Clerici va in fuga assieme ad altri quattro corridori. Il gruppo lascia fare, troppo. Nessuno vuole assumersi la responsabilità di tirare l’inseguimento e due fuggitivi – Clerici e l’italiano Assirelli – giungono al traguardo con più di mezzora di margine, 34’14” per l’esattezza. L’elvetico è il primo a transitare sulla linea dell’arrivo e di conseguenza indossa la Maglia Rosa.

Nulla di grave pensano in molti, in fin dei conti è venuto al Giro con poche pretese, se non quella di aiutare il proprio capitano a vincere la generale. Ha cercato il suo giorno di gloria e l’ha trovato, ma sulle prime salite perderà contatto con i migliori. Ci sono ancora più di due settimane di corsa, non scherziamo.

E invece passano i chilometri, arrivano gli Appennini, poi le Alpi, e Clerici non molla. Tappa dopo tappa è sempre lì, benché non sia certamente un grande scalatore. Stringe i denti, anche grazie all’aiuto di quello che doveva essere il suo capitano e che è diventato il miglior gregario che si potesse avere. Quel Koblet che nell’edizione numero 37 del Giro era molto probabilmente il più forte, visto che vinse la crono individuale e il tappone da Bolzano a St.Moritz, per la verità condizionato dallo “sciopero del Bernina”.

Ma, come l’anno prima, l’Angelo Biondo si deve accontentare della piazza d’onore. Poco male, aveva già vinto il Giro nel ’50 (primo non italiano a riuscirci) e il Tour nel ’51. Inoltre, quell’anno era stato battuto dall’amico Clerici, e non dal rivale e imbroglione Coppi, che 12 mesi prima era stato l’artefice di quello divenuto noto come “sgarbo dello Stelvio”.

Il 13 giugno, dopo 22 frazioni, 4’337 km e poco meno di 130 ore di corsa, Clerici arriva dunque a Milano di rosa vestito, conquistando il Giro più lungo di sempre. Aveva vinto poco o nulla prima di quel giorno, farà altrettanto da quel giorno in poi. Ma il suo trionfo grazie alla “fuga-bidone” rimarrà indelebile nella storia del ciclismo.