Un nuovo paradigma calcistico

Sono passati poco più di 6 mesi da quel Real Madrid-Ajax 1-4 che in qualche modo ha ufficialmente sancito il ritorno in auge di un club storico,come l’Ajax, ma che soprattutto ha riportato in voga una vecchia moda, una filosofia di gioco, che era stata data per morta: il famigerato “bel calcio”. Visto dall’esterno, questo fenomeno non può che far bene a tutto il movimento del pallone e malgrado i grandi esteti del calcio siano sempre esistiti anche in tempi non sospetti, ora un nuovo vento sembra tornato a soffiare nelle menti dei protagonisti di questo mondo. Ed è sicuramente una novità per i tempi che corrono: se tra gli anni Ottanta e Novanta era abbastanza naturale trovare tecnici impregnati da questa filosofia – Sacchi e Cruijff per citare due vincenti, Zeman e Maifredi per citarne due meno celebrati– negli ultimi tempi, eccezion fatta per l’idea di calcio di Guardiola, questa soluzione sembrava diventata impraticabile, tanto da essere giornalisticamente criticata  e stigmatizzata con formule giornalistiche quali “tiki taka” o “guardiolismo” con un connotato paradossalmente negativo.

Arrigo Sacchi, storico allenatore dell’AC Milan, a cavallo tra anni Ottanta e Novanta.

L’arrivo prepotente e rapidissimo di questa nuova tendenza, che per gli amanti del bel calcio rappresenta sicuramente una boccata d’aria fresca, ha avuto in quest’ultimo anno un effetto devastante. Seguendo un po’ la stampa sportiva internazionale ce ne accorgiamo subito: Erik ten Hag, uno dei recentissimi interpreti di questo nuovo modo di pensare il calcio, è da lungo tempo il desiderio proibito del Bayern München che per anni ha professato un calcio semplice, efficiente e soprattutto vincente. Il Liverpoool allenato oggi da Jürgen Klopp e soprattutto il Manchester City sotto i dettami di Josep Guardiola sono squadre “riuscite”, veri exempla su come amministrare e far giocare una squadra moderna. Questo nuovo discours che sempre più invade la stampa sportiva e la concezione odierna del calcio ha fornito nuove prospettive e un nuovo modo di intendere questo mondo: un’ennesima conferma ,’abbiamo avuta nelle ultime settimane quando all’annuncio da parte del FC Tottenham Hotspurs di aver ingaggiato José Mourinho, un tempo celebrato come Special One,  sono state numerose le testate sportive che hanno espresso più di qualche dubbio su questa scelta, chiedendosi non solo se Mourinho sia (ancora) il numero uno, ma soprattutto se il calcio del “Mago di Sétubal” sia ancora attuale al giorno d’oggi.

Erik ten Hag, attuale tecnico dell’Ajax

Il caso italiano

A tutto ciò non fa eccezione il calcio italiano, tradizionalmente noto per il suo istinto “catenacciaro”, ma che ha vissuto in quest’ultimo anno una metamorfosi incredibile, identificabile in scelte radicali e coraggiose da parte di club prestigiosi. Prendiamo come esempio le società di Juventus e Milan, che più di altre hanno deciso d’imprimere una svolta in questo senso, con la convinzione che “solo giocando bene”, avendo il controllo del pallone e “costruendo dal basso”, sia possibile arrivare alla vittoria. Al termine della scorsa stagione a salutare sono stati Gennaro Gattuso e soprattutto il titolatissimo Massimiliano Allegri, uno dei tecnici più vincenti degli ultimi dieci anni, marchiato a fuoco con lo stigma del “risultatista” (altra formula giornalistica figlia del vento che cambia). Al loro posto sono arrivati Marco Giampaolo, considerato dagli addetti ai lavori uno dei tecnici “minori” più innovativi assieme a Roberto De Zerbi, ma soprattutto Maurizio Sarri, da molti etichettato come l’unico vero discepolo di Sacchi nell’era di oggi. Se la svolta milanista è in linea con la sua storia ma sicuramente avventata per la situazione societaria e dirigenziale (non a caso il retrofront verso un usato sicuro come Stefano Pioli non è tardato ad arrivare), la svolta bianconera ha davvero dell’incredibile: la squadra più vincente d’Italia, che da sempre ha fatto del rigore comportamentale e della vittoria a ogni costo il suo marchio di fabbrica, ha deciso di affidarsi a un tecnico indubbiamente preparato, ma probabilmente agli antipodi per forma mentis, stile comunicativo e comportamentale a Massimiliano Allegri, con i quali la Juventus si è (rap)presentata – e in splendida forma – negli ultimi anni.

Il calcio tra mode e incertezze future

Come sosteneva il sociologo tedesco Georg Simmel la moda è una struttura ciclica e forse ineluttabile dell’essere umano per il suo bisogno di distinguersi, ma allo stesso momento di uniformarsi alle convinzioni del suo tempo. Possiamo rivedere il concetto di moda simmeliano in quello che ho chiamato l’effetto Ajax, che nel bene o nel male, seppur inconsciamente, ha investito molti attori di questo sport negli ultimi tempi: dirigenti, allenatori, come pure giornalisti e spettatori. Dove porterà questa nuova rivoluzione non si sa, sappiamo solo che essa è in atto e che, probabilmente, almeno per i prossimi cinque anni questa sarà la tendenza con buona pace per i risultatisti e per i fautori di una squadra “brutta ma vincente”.