Al Giro d’Italia (la “Corsa Rosa”, per antonomasia), esiste un unico precedente in cui sia stato ammesso un partecipante di sesso femminile. Si trattò dell’edizione del 1924, e quella partecipante si chiamava Alfonsina Strada. Nata con il nome di Alfonsa Morini nel 1891, figlia di una coppia di braccianti emiliani, salì in sella a una bicicletta all’età di dieci anni, quando il padre rimediò un vecchio ferro datato ma ancora funzionante. Fu amore a prima vista.

Alfonsina aveva appena 14 anni quando, di nascosto dai genitori, anziché andare alla Messa (come sosteneva) si cimentava nelle prime gare. L’inganno non durò a lungo, e la giovane atleta dovette incassare la proibizione paterna a proseguire con quella pratica. L’amore di Alfonsina per la bicicletta però era troppo grande, la passione per le due ruote e la gioia di montare in sella ardevano nel suo cuore di sportiva. E così, ben presto trovò un’altra strada per seguire questo amore; lo fece coniugandolo con un altro tipo di amore: sposò infatti un meccanico di nome Luigi Strada e andò a vivere insieme a lui a Milano.

Le prime vittorie della sua lunga carriera, Alfonsina le ottenne a Torino. La Città della Mole infatti aveva già una diffusa e radicata tradizione ciclistica: fin dal 1885 ospitava quell’organizzazione che ai giorni nostri ha assunto la denominazione di Federazione Ciclistica Italiana. Il fatto che anche alcune ragazze e donne praticassero questo sport non era motivo di scandalo o di allarme, anzi era ormai prassi consolidata e diffusa. Alfonsina non solo prese ad allenarsi regolarmente e a gareggiare in tornei sempre più importanti, ma cominciò anche a vincere, battendo ben presto anche atlete più quotate. Si guadagna il soprannome di “Diavolo in gonnella”; la chiamano anche la “Matta”, per quella sua testardaggine a volere intraprendere un mestiere e una carriera di appannaggio tipicamente maschile.

Alfonsina non si lasciò scoraggiare, continuò a correre ed allenarsi. Le prime vere soddisfazioni arrivarono dalla pista. Nel 1911 segna il record della velocità mondiale femminile. Ma il talento di Alfonsina richiedeva maggiore spazio e nuovi stimoli: si iscrisse allora a una gara su sterrato a Stupinigi. Alla competizione parteciparono cinquanta corridori maschi, e lei è l’unica donna; tagliò il traguardo al settimo posto. Il risultato la rinfrancò e, così, quando lo scoppio della Grande Guerra causò la scomparsa delle gare femminili dal panorama sportivo italiano, ottenne di iscriversi al Giro di Lombardia del 1917. Riuscì a completare l’intero tracciato piazzandosi all’ultimo posto.

Negli anni successivi, Alfonsina continuò ad iscriversi e partecipare ad altre gare maschili: l’anno successivo partecipò alla Milano-Modena e nuovamente al Giro di Lombardia. L’interesse mediatico intorno a lei andava crescendo e i giornali le affibbiarono il soprannome di “Regina della pedivella”. A lungo chiese di partecipare al Giro d’Italia, ma la sua richiesta veniva sempre respinta. Nell’edizione del 1924, tuttavia, gli organizzatori si trovavano di fronte ad alcuni problemi: avevano rifiutato di corrispondere premi in denaro ai vincitori e, pertanto, le principali squadre avevano disertato la corsa. Il Giro era orfano di nomi altisonanti come quello di Girardengo o di Bottecchia: il rischio di un flop senza precedenti era concreto. Per cercare di salvare l’interesse della corsa si decise di ammettere eccezionalmente la presenza di Alfonsina.

Il Giro 1924 prevedeva 3’613 chilometri distribuiti su 12 tappe; gli atleti al via erano circa novanta. Con il passare delle tappe, la presenza di Alfonsina cominciò a essere notata e a generare sia scherno, sia approvazione. Il tracciato duro le rendeva difficoltoso reggere il passo con i colleghi maschi, ma riuscì a limitare per diverse tappe il ritardo; tagliato il traguardo, nonostante fosse provata dai chilometri e dal ritmo sostenuto, si fermava comunque a distribuire cartoline autografate ai suoi sostenitori. Scrisse la Gazzetta dello Sport: “In sole due tappe la popolarità di questa donnina si è fatta più grande di quella di tutti i campioni assenti messi insieme. Lungo tutto il percorso della Genova-Firenze non si è sentito che chiedere: – C’è Alfonsina? Viene? Passa? Arriva? A mortificazione dei valorosi che si contendono la vittoria finale, è proprio così. […] Alfonsina non contende la palma a nessuno, vuole solo dimostrare che anche il sesso debole può compiere quello che compie il sesso forte. Che sia un’avanguardista del femminismo che dà prova della sua capacità di reclamare più forte il diritto al voto amministrativo e politico?”

Giunse però il giorno della tappa L’Aquila-Perugia. A causa di diverse forature e qualche caduta, Alfonsina non riuscì a tagliare il traguardo entro il tempo massimo; la giuria, con una decisione sofferta e per nulla unanime, decise di squalificarla dalla corsa. Fu però concesso – come compromesso – di seguire la Carovana Rosa e percorrere il tracciato con gli altri corridori, pure senza tenere i considerazione il suo tempo per la classifica finale. Fu così che Alfonsina riuscì a tagliare il traguardo di Milano insieme agli altri trenta corridori superstiti, coprendo interamente il tracciato del Giro d’Italia.

Quella partecipazione rimase l’unica, le successive richieste di iscrizione vennero sistematicamente rifiutate dall’organizzazione. Ma questo non tolse (anzi, forse avvalorò) il profondo significato simbolico, legato alla battaglia di emancipazione femminile, né l’immensa poesia di una favola sportiva, fatta di impegno, tenacia, confidenza nei propri mezzi. Questi principi rimangono come sua eredità per i giorni nostri. Alfonsina Strada vinse in carriera 36 gare maschili, guadagnò i più sinceri complimenti di Costante Girardengo e morì di infarto nel 1959, mentre cercava di avviare la sua moto Guzzi per andare ad assistere all’arrivo del Giro di Lombardia.