Secondo Dave Brett Wasser, negli Stati Uniti, la popolarità del calcio (o forse sarebbe meglio chiamarlo soccer) nel giro di qualche anno potrebbe addirittura superare quella del baseball. In un’intervista pubblicata sulla pagina ufficiale della federazione calcistica a stelle e strisce, Wasser, a cui, come affermato da lui stesso, piace l’idea di definirsi uno storico del soccer in USA, ha rilevato che già negli anni ’70 il calcio era in voga a New York, tanto che nella lega americana arrivarono addirittura calciatori del calibro di Pelé, Best, Cruyff ed Eusebio. Tutti loro giocarono nel New York Cosmos. Eccezion fatta per Giovinco e pochi altri, fino ad ora nella Major Soccer League, sono sbarcati calciatori non più così tanto giovani (vedi i vari Pirlo, Drogba, solo per citarne alcuni) che a fine carriera hanno cercato un’ultima avventura prima di appendere le scarpette al fatidico chiodo. Il calcio a stelle e strisce però non è solo sinonimo di “svernamento”, bensì anche di grandi possibilità quando si è ancora giovani e con tutta la vita (sportiva) davanti a se. È il caso di molti ragazzi provenienti da tutto il mondo che, grazie alle proprie abilità col pallone, riescono ad ottenere delle borse di studio per poter frequentare le università americane, riuscendo così ad abbinare perfettamente sport e studio.

Oggi, a tal proposito, abbiamo il piacere di poter parlare Mattia Ditommaso.

Mattia, prima di tutto raccontaci come è nata questa possibilità di emigrare oltreoceano per giocare a calcio e allo stesso tempo frequentare l’università. 

L’idea è nata da un mio caro amico. Una mattina, in università, è saltato fuori il discorso che in Italia stavano prendendo piede diverse società con l’intento di trovare una borsa di studio per gli USA. L’argomento s’interruppe subito, forte del fatto che in quel momento stavo benissimo dove ero, in quanto stavo frequentando l’università ma allo stesso tempo giocavo a calcio e contemporaneamente avevo iniziato ad allenare (i D92 del F.C. Mendrisio) con una grande persona quale è Simone Moretti.  Qualche tempo dopo mi recai a Londra per andare a trovare un mio caro amico e, proprio in quei giorni, scattò qualcosa in me ed iniziai a pensare cosa potesse darmi a livello personale un’esperienza fuori dal mio Paese. Una volta tornato, cominciai ad informarmi su questa possibilità e a giugno scorso decisi di andare a fare i provini che si tenevano a Milano. Oltre allo staff di College Life Italia (società organizzatrice del provino che ha lo scopo di aiutare i giovani a trovare una borsa di studio) c’erano anche quelli che poi sarebbero stati il mio Coach (Hamill) e il suo Assistant Coach (Joe Calandra). Al termine del secondo ed ultimo giorno d’allenamento i due  vollero un colloquio col sottoscritto e, dopo avermi fatto una piccola presentazione sul college, il mister mi chiese se avessi voluto partire.

E tu cosa gli hai risposto?

Incoscientemente risposi con queste parole: “certo, mi piacerebbe ma prima devo migliorare il mio inglese per poter affrontare un college”. Lui sorrise e mi disse: “perfetto ti voglio con me ad agosto”! Rimasi spiazzato e domandai quanto tempo avessi per decidere (visto che solitamente i provini sono in vista della stagione successiva). Lui mi guardò e rispose che la sera stessa aveva l’aereo per ritornare negli Usa e che avrebbe avuto bisogna di una risposta per il giorno stesso per far partire tutte le pratiche burocratiche. Lo guardai e gli dissi: “va bene ci vediamo negli Stati Uniti ad agosto”! Qualche ora dopo arrivai a casa e raccontai tutto ai miei genitori. Ricordo ancora la loro la faccia incredula e preoccupata… .

Le università americane sono famose in tutto il mondo e spesso in Europa ci si crea un’idea di esse attraverso ciò che vediamo nei film, ma viverci realmente cosa significa? Le tue aspettative sono state confermate una volta arrivato negli USA?

Hai detto bene, noi europei ci facciamo un’idea dei college americani grazie ai film e, ora che ho trascorso già quattro mesi, posso dire che è proprio uguale a come si vedono nei film: le strutture sono davvero impressionanti!

Mattia, te hai ottenuto una borsa di studio per frequentare l’università in North Carolina soprattutto per le tue qualità calcistiche. Immagino che a livello organizzativo sia studiato tutto nei minimi particolari per agevolare il binomio studio-sport, è realmente facile conciliare questi due mondi o hai incontrato qualche difficoltà?

Sì, tutto è studiato nei minimi dettagli. Il college americano non è paragonabile all’università in Europa, infatti negli States si hanno sempre dei compiti per la lezione successiva, vengono fatte delle verifiche ogni mese ed il voto finale tiene conto di tutti aspetti oltre naturalmente del voto ottenuto nella prova finale del corso. Organizzato in questo modo è più facile, a mio modo di vedere, restare al passo con lo studio e quindi l’organizzazione è ben definita. Inoltre, ad inizio anno, grazie ad un tutor (advisor) che l’università mette a disposizione di ogni studente, ci si crea il proprio piano di lezione e quindi ognuno è libero di programmarsi come meglio crede. Ci sono dei giorni in cui, tra una lezione e l’altra, si ha del tempo libero e allora personalmente ne approfitto per andare in palestra oppure per fare i compiti. Conclusa la parte dedicata allo studio si va in campo, infatti noi ci alleniamo ogni giorno.

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Quale tipo di calcio hai trovato oltreoceano? A cosa viene data maggiore importanza? Tutto ciò si adatta alle tue caratteristiche?

Onestamente pensavo di trovare un livello medio-basso, ma mi sono ricreduto fin da subito! Il fatto che ci siano molti studenti da tutto il mondo fa sì che ogni squadra abbia almeno 3 giocatori in grado di fare la differenza. Per quanto riguarda il tipo di calcio posso dire che sia molto simile a quello inglese, dove tutto, a partire dal semplice allenamento, viene svolto ad un’intensità altissima. Sotto l’aspetto fisico il nostro campionato richiede un grande sforzo in quanto si gioca ogni tre giorni ed il recupero e la cura del proprio fisico assume molta importanza. A tal proposito prima di ogni allenamento e partita con il nostro medico facciamo ben dieci minuti di posture/stretching.

Nell’ideale comune gli USA rappresentano sicuramente una terra di grandi promesse, ma sembrano comportare anche un senso di competizione maggiore rispetto alla società europea. Ti senti di confermare quest’idea? Come ti trovi all’interno dello spogliatoio? È stato facile ambientarti?

Per quanto riguarda la competizione è vero che forse è maggiormente presente rispetto all’Europa, ma penso che la differenza sostanziale stia nel fatto che chiunque, se lavora sodo, negli Stati Uniti può riuscire a costruire qualcosa d’importante. Io sono stato il primo italiano ad entrare nella storia calcistica di Wingate e devo ammettere che l’ambientamento è stato fantastico, più di quanto potessi immaginare! I compagni sono stati fantastici e di grande aiuto sia dentro che fuori dal campo, aiutandomi in tutto quello che potevano fare. Lo stesso riguarda il mio coach con cui ho un rapporto splendido.

Il numero di spettatori per gli eventi sportivi è sempre altissimo. Gli spalti sono colmi di tifosi anche per i campionati universitari?

Si ha un sacco di visibilità, specialmente quando entri nel clou della stagione. Durante le partite gli spalti sono pieni grazie anche agli studenti della propria università che vengono a supportare la squadra del proprio college. Anche a me è capitato di andare a vedere diverse partite di svariati sport “solo” per tifare la nostra grande famiglia “Wingate”.

Nemmeno quasi il tempo di arrivare e già hai avuto modo di essere premiato come miglior esordiente della conference e di vincere la SAC Championship. Puoi spiegarci meglio di cosa si tratta e quali emozioni hai vissuto?

È stata proprio una bella soddisfazione per me, per la squadra ma anche per l’allenatore in quanto è lui che ha creduto in me volendomi portare fin da subito in Carolina del Nord. Essendo io al primo anno e quindi denominato “Freeshman” (ad ogni anno di college corrisponde un nome) sono stato premiato come miglior freeshman (ovvero miglior giovane) della mia conference (campionato). Vincere campionato e la coppa è stata una grande gioia, anche se rimane il rammarico di essere usciti ai rigori nelle fasi finali. Se avessimo superato quest’ultimo step avremmo incontrato tutte le squadre più importanti della nazione.

Quando qualche mese fa sei partito eri in orbita, nonostante la tua giovane età, della prima squadra del Mendrisio. Se potessi scegliere, in futuro, ti piacerebbe più esordire nella Major Soccer League o in un campionato europeo?

È una domanda difficile a cui rispondere. In tutta onestà dico che mi piacerebbe esordire in uno stadio che sentirò “mio”. Con il passare degli anni devo dire che Mendrisio la vivevo quasi come se fosse la mia città ed avevo il sogno di esordire al Comunale (stadio dove milita il F.C. Mendrisio), perchè quei colori mi sono entrati nel sangue.

Nel tuo futuro cosa speri di poter fare?

È ancora tutto un grande punto di domanda, ho davanti a me ancora parecchi anni di studio e calcio. Staremo a vedere se, una volta terminato il college, mi si apriranno le porte del professionismo o meno! Una cosa è certa: da questa esperienza ne uscirò arricchito a livello personale.

In bocca al lupo Mattia!