Nel 2002, esce una traccia degli Articolo31. Si chiama “Soldisoldisoldi”.  E il signor J-Ax, nel bel mezzo della canzone, se ne esce con questo verso:  “perché il fatto che io sia famoso è un caso, come il Chievo in serie A”. E se per la prima parte non posso che essere in profondo accordo, nella seconda si ritrova un luogo comune che, oggi, dopo 15 anni, è ormai dimenticato: il Chievo Verona in serie A, non solo non è un caso, ma un’autentica certezza.

Arrivo a Veronello, casa degli allenamenti dei clivensi, attraversando il “ribollio di colli” della Valpolicella, che nasconde un centro sportivo, ai piedi del Lago di Garda, che si estende per circa 50’000 metri quadri di campi e strutture per conferenze stampa e riunioni.

E in attesa di incontrare il mio intervistato, percepisco già il “clima Chievo”: la maggior parte dei giocatori sta pranzando insieme, mentre di fianco a me Lucas Castro sta suonando la chitarra durante un’intervista e, mentre gli viene intimato di sbottonare “la camicia, che tu sei un figo Pata!”, mi accoglie Daniele Partelli, responsabile dell’Ufficio Stampa del Chievo. Da quel momento in poi, per il resto della giornata, mi sento talmente dentro il “mondo Chievo” che più tardi, incrociando il presidente Campedelli, in religiosa disparte rispetto all’allenamento, lo saluto disinvolto, come fosse mio zio.

Entro in sala stampa per l’intervista e ci sono foto che ricordano la gloriosa ascesa della squadra guidata da Campedelli: dalla promozione in serie B del 1993 con capitan Rolando Maran, alla storica promozione nella massima serie del 2001, fino a questa stagione: la decima consecutiva in serie A. Il Chievo non è più un “caso”. E non è un caso, perché c’è un progetto attento, autentico, intelligente, cucito attorno alle necessità e alle virtù del territorio e degli uomini che vivono il Chievo. E un uomo del Chievo è l’uomo della nostra intervista.

Stefano Sorrentino. Uno dei portieri più in forma della serie A, autore di prestazioni e parate al limite dell’incredibile (a Roma ne sanno qualcosa). Un giovinotto di 38 anni che, dal suo ritorno a Verona, sembra essersi dimenticato di invecchiare. Un capitano che non ha bisogno della fascetta, un numero 1 che non ha bisogno del numero uno stampato sulla maglietta. Maran recentemente ha detto che “Sorrentino ci dà una carica emotiva”. E mentre lo intervisto, la carica si percepisce: è la forza dell’umiltà di un professionista che, grazie alla consapevolezza delle proprie capacità, riesce sempre a dare quel “qualcosa in più” che fa tutta la differenza del mondo.

E questa differenza nasce dalla sua capacità di  trattenere da ogni sua esperienza, italiana ed estera, dentro e fuori il campo, il lato positivo. Partendo da Torino, passando per Atene e Huelva, fino a Palermo. Oggi questo viaggio, l’ha portato a vivere a 360 gradi la vita di Verona, della città e della vita normale di ogni giorno, con e grazie alla sua famiglia e al suo ruolo di padre, di cui parla orgogliosamente.

Sorrentino ha sposato il progetto Chievo, nella sua totalità di semplicità e attenta programmazione e oggi ne rappresenta , con le parole e con i fatti, un esempio perfetto. Un esempio di totale dedizione al modello sociale, oltre che sportivo del progetto clivense, di partecipazione alla storia di ascesa, dal quartiere alla Serie A, dalla devozione quasi religiosa alla “trinità del Chievo”: Campedelli-Maran-Pellissier.

Lascio Sorrentino all’allenamento dopo una chiacchierata (in cui mi confessa fra l’altro che Dybala è il giocatore più forte con cui si è mai allenato) e, dopo averci salutato con i suoi “occhi della tigre” (titolo, fra l’altro, della sua biografia recentemente pubblicata) , lo rivedo poco dopo in campo agli ordini di Maran e, soprattutto, del preparatore Squizzi (altro esempio di “vivere il Chievo”) per l’allenamento. A bordo campo siedono i dirigenti, riconosco Gennaro Sardo (altro esempio), mentre Daniele Partelli mi parla con entusiasmo dei progetti del Chievo, della quotidianità di Veronello, della spontaneità di Campedelli e della stagione dei veronesi, tanto concreta quanto sorprendente. Perché ogni anno il Chievo sembra una sorpresa, sembra un caso.

Lasciando il campo di allenamento, lancio un’ultima occhiata ai giocatori che stanno affrontando la partitella: Gobbi, Dainelli, Gamberini, Birsa, Pellissier, Castro. Giocatori che hanno una carriera importante, che mettono a disposizione un’esperienza che pochi atleti possono vantare in serie A. E poi dall’altra, Inglese, Bastien, De Paoli, Seculin, Jaroszyński, Stepinski. Il futuro dei clivensi: giovani che potranno dare un’ulteriore nuova forma al Chievo Verona, che è in serie A, a 6 punti dall’Europa, sicuramente non per caso.