Less is more. Zero a Zero. Non sempre ciò che appare semplice è scontato, la semplicità spesso cela assurda complessità, equilibri incontrastabili ed inesorabilmente fragili, equilibri dove basta un non nulla affinchè tutto diventi tremendamente dinamico, equilibri flessibili, equilibri variabili, equilibri non proprio in equilibrio.

Non è da tutti apprezzare questo paradigma di bellezza, probabilmente in molti apprezzano, infatti, l’opposto. E’ molto facile concepire, a primo impatto, come bello ciò che salta all’occhio in vivacità, in estrosità, ciò che viene, forse anche banalmente, captato da chiunque, ma non per forza deve essere così, che sia arte o architettura, musica o sport, passando per il passionale “gioco del pallone”. Perché sì, se ci troviamo in un campo da calcio, uno zero a zero, apparentemente semplice e fin troppo lineare, non deve essere concepito come brutto, non deve essere visto come noioso, per lo meno non sempre, d’altro canto non esistono mai certezze assolute. Tuttavia a noi tutto ciò non importa, a noi non importa delle certezze assolute, noi amiamo uno sport che certezze non ne ha: il calcio nella sua massima espressione.

Ci troviamo davanti uno schermo televisivo o allo stadio o magari dobbiamo accontentarci di nostalgica radiocronaca ad accompagnarci, ma non importa, neanche questo, ciò che conta è che stiamo seguendo la partita tanto attesa, magari si preannunciava anche tesa, d’altronde noi stessi siamo in tensione, quasi tendiamo a sudare ed a stento tratteniamo l’entusiasmo misto ad angoscia sportiva. Sono giorni che non pensiamo ad altro, il momento fatidico è giunto, palla al centro, cenni di intesa, si inizia.

Dopo i primi quarantacinque minuti sembra che le due squadre si siano annientate a vicenda, tutti troppo forti i ventidue in campo, i tiri nello specchio sono stati molteplici, altrettante le parate, aggiungiamo poi un legno colpito, per di più proprio dalla squadra cui tifiamo, ed il gioco è fatto. Restiamo fiduciosi, sappiamo e speriamo che il risultato debba prima o poi pur sbloccarsi, del resto ci sono ancora altri tre quarti d’ora di partita, il pareggio appare comunque improbabile, un goal deve arrivare, arriverà in un modo o nell’altro, ne siamo certi, la partita prima o poi si sbloccherà.

Proprio quel goal, però, non arriverà mai, anche nei secondi quarantacinque le due squadre non si sono risparmiate, se gli attaccanti hanno creato, anche bene a dire il vero, gli estremi difensori sono stati stupefacenti, le loro parate sembravano tendere all’infinito, come a voler toccare il cielo, sì, toccar il cielo con un guantone. Proprio quel goal, cui tanto si sperava, non arriverà mai, ma la partita è stata egualmente stellare, sino agli ultimi minuti l’abbiamo vissuta con il cuore in gola, come piace a noi, soffrendo, ribaltamenti di fronte continui, pur sempre resi vani dall’equilibrio, un equilibrio potenzialmente effimero, un equilibrio sinonimo di perfezione, raro, ma comunque già visto e teorizzato in passato, è infatti nell’immediato Dopoguerra quando Annibale Frossi afferma che lo zero a zero sia il risultato perfetto, perché espressione dell’equilibrio totale tra l’attacco e la difesa delle squadre in campo e noi, per lo meno dopo aver appena visto questa partita, non possiamo non concordare con lui.

Uno zero a zero può essere sì noioso, talvolta, ma altrettante volte può essere estremamente avvincente, interessante, perfetto. Perfetto per l’appunto, perché se uno zero a zero è giocato a viso aperto, senza ombra di dubbio rappresenta l’assoluta perfezione in chi lo ha interpretato, dal reparto difensivo, sino quello offensivo, ognuno ha dato il massimo nel proprio ruolo, ha generato scossoni, tensioni, emozioni, stati d’animo istantaneamente contrastanti, pur senza mai servirsi di quello che rappresenta il fine ultimo del calcio, il goal. Uno zero a zero che genera poesia è superlativo, sensazionale, vale molto più di un pareggio con goal, perché è proprio del goal cui è riuscito a far a meno, ha generato il massimo con il minimo indispensabile o, viceversa, forse è proprio il minimo ad aver generato il massimo.

Lo zero a zero può essere al tempo stesso caoticamente logico nella sua evoluzione, senza mai perdere la propria invariabilità, perché in fondo reinterpreta in pieno l’etichetta miesiana del «less is more» ed è proprio come un’architettura razionalista, un’architettura essenziale, dove, a concepimento raggiunto, nulla può esser tolto e nulla può esser aggiunto.