È una sorte di sindrome del giocatore-tifoso. Il dilemma di chi gioca per la squadra per cui fa il tifo. Apparentemente facile quando realizzi il sogno, troppo complicato quando non riesci a distinguere fin dove arriva la professionalità e dove la fede, con il minimo comune denominatore della passione che viene elevata a potenza indefinita. Il destino di Nesta, Gerrard, De Rossi e Totti, Riquelme e del protagonista di questo scritto: Darío Benedetto. Congiuntosi con il suo Boca Juniors quando aveva già segnato in Primera División e diventato un idolo in Messico, Darío, così come Tevez, ha provato cosa voglia dire perdere il derby più infuocato del mondo, nelle vesti di tifoso e di giocatore. Non sono bastate tre reti nella semifinale al Palmeiras e due nella doppia sfida al River per dargli la gioia più grande. Non è bastato urlare a squarciagola, in Sudamerica e in Europa dopo ogni gol, la parola Boca, la stessa che ha tatuato anche sul proprio bacino.

Spesso, specie in quest’occasione, si è parlato dell’influenza dei tifosi, di quanto questi ultimi possano vivere per il club che tifano. Ma provateci voi a chiudere gli occhi, mettervi la maglia della “vostra” squadra e sfidare il rivale di una vita, nella finale della Libertadores, la competizione più importante. Per davvero, a scendere in campo. Sembrano una serie di congiunzioni improbabili, di sicuro irripetibili, che sembrano un sogno, ma si può trasformare anche in incubo. Per una sorta di empatia calcistica ci si immedesima spesso negli sconfitti, ma credo che neanche immedesimandosi si riuscirà mai a capire a fondo cosa provi Darío. Però in ogni caso, sotto la maglia, sul bacino, c’è scritto “Esto es Boca”, e allora è un amore a cui rimanere fedeli, quelli in cui giuri il cosiddetto per sempre, come fanno i veri tifosi.