Estate 1973. All’hotel De Lutte, vicino al confine con la Germania, si respira un’aria tranquilla. La tensione non è di casa da quelle parti, non può esistere proprio. C’è modo e modo di preparare una nuova stagione, ma farlo da triplici campioni d’Europa in carica è sicuramente meglio. I giocatori dell’Ajax, radunatisi per l’inizio del ritiro, hanno ancora negli occhi la finale di Coppa dei Campioni di Belgrado appena vinta contro la Juventus. I quasi 90 mila spettatori dello stadio Rajko hanno da poco assistito all’apoteosi della compagine olandese, che sconfiggendo i bianconeri per 1-0 si è assicurata il terzo sigillo consecutivo e la gloria eterna.

Non sono certo i cambiamenti a far tremare i Godenzonen (Figli degli Dei), lo dice la storia, lo dicono i trionfi ottenuti in quel periodo. Perso Michels, volato verso Barcellona dopo la prima Coppa, le redini della squadra vennero affidate a Kovacs, che ebbe il grande merito di mettere la squadra davanti a tutto, ponendosi in secondo piano. Amante delle libertà che offriva Amsterdam, il tecnico non fece altro che incoraggiare i propri calciatori a portare questo spirito anche in campo. Kovacs diede grandi poteri a Cruijff e Keizer, le due personalità più spiccate della rosa. L’Ajax divenne una vera e propria cooperativa, dove i giocatori decidevano tutto: tattica da adottare, tipo di allenamenti da eseguire e addirittura quali amichevoli disputare. Una democrazia d’oro, viste le coppe messe in bacheca.

Conquistata la seconda e la terza Coppa, Kovacs se ne va, lasciando il posto a Knobel, arrivato dal MVV Maastricht. Nessuno sembra turbato da questo cambio, quasi ci sia nella testa dei calciatori la consapevolezza che l’allenatore sia solo una comparsa. I veri protagonisti sono loro, quella generazione di talenti che sta insegnando calcio in giro per il mondo. E forse, un po’ è davvero così. L’Ajax sembra imbattibile e gioca un calcio che nessuno sa imitare.

Knobel si approccia come qualsiasi altro nuovo allenatore avrebbe fatto, con un classico discorso di rito in cui fissare obiettivi e metodologie di lavoro. Terminata la riunione tecnica, tutti si alzano per lasciare gli spogliatoi. “Aspettate, quasi dimenticavo, dobbiamo scegliere il capitano”, tuona il neo tecnico. Tra l’indifferenza generale, si candidano in tre: il capitano uscente Cruijff, Keizer e Hulshoff.  L’esito della votazione è il seguente:

Hulshoff, 0 voti.
Cruijff, tra i 3 e i 7.
Keizer, una dozzina.

“Bene, Piet Keizer sarà il capitano per questa stagione”, annuncia solennemente tra il silenzio generale mister Knobel. L’esitò è un drammatico autogol per la squadra, che sta per sgretolarsi inesorabilmente. La faccia di Johan è tutto un programma. Un ammutinamento inatteso e silenzioso. Ecco come vede la bocciatura il 14 più famoso della storia del calcio. Non se l’aspettava di certo, la sua autorità è stata spazzata via come quei bigliettini accartocciati messi dentro a un vaso da fiori.

Terminata la riunione, Cruijff scappa in camera e prende la cornetta del telefono. “Hey, ciao, sì sono io. Senti, chiama immediatamente Barcellona, da qui me ne vado.” Due settimane più tardi raggiunge Michels al Camp Nou. L’impatto che ebbe Johan sulla Spagna fu devastante. Prese un Barcellona timido e sul fondo della classifica e lo portò al titolo nazionale, che mancava dal 1960. Non è un caso che in Catalogna venne soprannominato “El Salvador”. Meno trionfale fu la campagna europea, che si spinse massimo fino alle semifinali.

Da lì in poi l’Ajax non fu più lo stesso, si ridimensionò notevolmente. Vinse sì la Supercoppa europea nel gennaio del ’74 contro il Milan, ma salutò la Coppa dei Campioni già al primo turno. La posizione di Knobel, già di per sé traballante, si complicò dopo alcune dichiarazioni rilasciate ai media in cui accusava alcuni suoi giocatori di bere e andare a donne. La sua avventura terminò nel mese di aprile, quando venne congedato senza troppi complimenti.

Nei mesi successivi ecco il fuggi fuggi generale da Amsterdam: Neeskens concluse contro voglia la stagione e raggiunse l’amico Cruijff a Barcellona. Keizer litigò con il nuovo allenatore, Kraay, e si ritirò nel mese di ottobre, maledicendo per sempre quello sport. Nel 1975 la squadra perse altri tre elementi: Haan (Anderlecht), Blankenburg (Amburgo) e Rep (Valencia). L’esodo non si arrestò neppure nel 1976, con le partenze di Stuy (F.C. Amsterdam) e G. Mühren (Siviglia). I difensori Hulshoff e Suurbier restarono un po’ più a lungo, sbattendo la porta nel 1977. Krol continuò fino al 1980, pentendosi amaramente di non aver cambiato casacca prima.

Se sia tutto dovuto a quella maledetta votazione non è certo. Knobel e altri giocatori sostengono che Cruijff se ne sarebbe andato in ogni caso, perché in Spagna l’avrebbero pagato molto di più. È pur vero, sostiene Knobel, che la presenza ingombrante del Quattordici cominciava a non essere più sopportata dai compagni. I riflettori erano tutti rivolti su di lui, era la stella incontrastata, il leader assoluto e il protagonista principale dei successi del club. Molti compagni provavano una profonda invidia nei suoi confronti, come a voler dire: “Siamo forti quanto lui!”. Quella votazione fu l’arma perfetta per esternare il loro malcontento.

Tutte sciocchezze, a sentire Gerrie Mühren. Il centrocampista addossa gran parte della colpa a Knobel, reo di aver voluto fortemente una votazione che non si era quasi mai fatta negli anni precedenti. “Ero sicuro che se non avessimo votato per Johan, sarebbero iniziati i problemi per tutti, perché se ne sarebbe andato”.

Di fatto, quel magnifico Ajax si distrusse da solo, votazione o non votazione. In molti sono concordi nel sostenere che la spaccatura iniziò prima, al secondo anno di Kovacs. La sua troppa bontà e l’aver dato tanto potere a determinati calciatori finì per rompere quel giocattolo così perfetto. Michels, con i suoi metodi più duri, era riuscito a mantenere un certo ordine nello spogliatoio, dove tutti erano allo stesso livello, senza eccezioni. Con Kovacs l’Ajax inizialmente giocò anche meglio rispetto al suo predecessore, ma la bravura fu un’arma a doppio taglio. I risultati arrivavano con troppa facilità, la superiorità rispetto agli avversari era troppa. La presenza di prime donne nella rosa non fece altro che creare un po’ di malumori e gelosia nello spogliatoio. Gli olandesi erano diventati tanto bravi quanto arroganti, e quando ti senti imbattibile non è mai una cosa esclusivamente positiva. La fine del grande Ajax potrebbe essere paragonata allo scioglimento dei Beatles: in entrambi i casi, i malumori interni, portarono gli attori a non voler più suonare lo stesso spartito.