L’abbiamo visto andarsene in punta di piedi, spegnendosi lentamente e lottando contro la malattia che lo affliggeva da tempo.
Già, lottando. È strano come un sostantivo possa descrivere totalmente la vita di un uomo, e Mandela ne ha uno che gli calza a pennello. Lottatore.
Si presentò al processo che avrebbe dovuto decidere della sua vita indossando un vestito tradizionale e sfoggiando con orgoglio i colori della sua tribù, e si meravigliò il giovane Nelson, quando attorno a lui vide solo bianchi pronto a giudicarlo, e lo disse, senza paura, a voce alta.
Lo condannarono all’ergastolo siccome aveva inneggiato con coraggio all’uguaglianza e ai diritti umani in un Sudafrica dove un nero e un bianco non potevano sedersi a bere una tazza di Earl Grey (fieramente importato dalla madre patria) nello stesso bar di Johannesburg.
Indossò i guantoni appena varcò la soglia di quella stanza di due metri quadrati e con le sbarre alla finestra, perché sapeva dentro di sé di dover essere forte, sapeva dentro di sé che sarebbe tornato a parlare alle folle, alla sua terra rossa africana, e a raccontare a voce bassa di come ogni uomo sia nato unico, identico al suo prossimo a prescindere dalla percentuale di melanina che colora la sua pelle, libero, e di come ogni uomo debba intraprendere una Long Way To Freedom (non a caso è il titolo della sua biografia), anche se delle sbarre gli impediscono di ammirare in tutta la loro maestosità le mille stelle del cielo color dell’alabastro di Pretoria.
Ci è rimasto 27 anni in quella cella mal ventilata, ma scommetto che in qualche serata di agosto si è aggrappato a quelle sbarre, e respirando i venti freddi del continente, ha provato a contarle, fiducioso del fatto che ne sarebbe uscito, più forte di prima. L’ha fatto.
Si è presentato con la maglia degli Springboks, lui, nero, alla finale del campionato mondiale di rugby (il genio di Clint Eastwood lo celebra in Invictus), lo sport amato dai colonizzatori inglesi e che la fascia bianca della popolazione sudafricana sentiva suo a livello molecolare, per dimostrare che gli anni dell’Apartheid dovevano cadere nel dimenticatoio, senza però scordarli, poiché lo avevano reso ciò che era quel giorno, il primo presidente nero del Sudafrica.
Si è battuto come un leone per avere il Mondiale “Ke Nako” 2010, anche da quel letto d’ospedale, il primo Mondiale africano della storia, l’evento mediaticamente e popolarmente più seguito al mondo, perché Nelson sapeva che tramite lo sport si abbattono le frontiere fra le persone, che si stringono e si abbracciano sotto un’unica bandiera, seguendo la squadra del loro cuore.
Non gli è bastato portare la vecchia coppa Rimet sotto il (non eccessivamente caldo, visto che si giocava in maniche lunghe) sole della Savana, non gli è bastato il bellissimo gol di Tshabalala nella gara di apertura con il quale i Bafana Bafana hanno messo il primo tassello per una corsa interrottasi agli ottavi di finale, mentre ronzavano le famigerate vuvuzela.
Si è fatto forza, si è tolto la flebo, si è portato coperta e il colbacco e si è seduto sulla poltroncina della “Zucca” ad ammirare la cerimonia di chiusura dell’evento che ha voluto come ciliegina sulla torta di una vita fatta di azioni, frasi e coraggio straordinario, mentre capitan Casillas si coccolava la prima coppa del mondo della Spagna, ottenuta superando l’Olanda, altro paese che aveva colonizzato quella terra rossa che Mandela ha così tanto amato.
3 anni fa si è congedato il simbolo, ma la forza delle idee d’amore e di uguaglianza che ha perpetrato non si spegneranno mai. Se n’è andato a 95 anni un essere umano gigantesco, un sognatore che non si è mai arreso e che alla fine si è seduto al tavolo dei vincitori, come gli piaceva ricordare al mondo.
Adesso starai finendo di contarle da vicino quelle stelle che vedevi dalla cella. Spero tu ti sia portato il colbacco, che magari su fa freddo.
Ciao Madiba.