Raramente si trova in uno sport di squadra un ruolo che è capace di attrarre su di sé tutta l’attenzione dei riflettori e sul quale grava in maniera tanto più forte degli altri la responsabilità del successo e le conseguenti colpe in caso di insuccesso come quello del Quarterback nel football. Tanti sono i QB che si sono succeduti nella storia NFL, molti di questi considerati alla stregua di star, talenti rari e capaci di determinare le sorti di match e a volte di campionati interi. Pochi sono però quelli che sono riusciti davvero ad accedere all’Olimpo dei campioni, come è il caso per questo signore che di cognome fa Montana. Di nome non Tony, ma Joe. Anche se qualcosa in comune con il protagonista di Scarface in un certo senso ce l’ha: quello aveva il monopolio della cocaina, lui invece aveva il monopolio della palla ovale.

Di origini chiaramente italiane (madre siciliana, padre lombardo), il giovane Joe cresce in Pennsylvania con la passione della pallacanestro e del football, con una maggiore predilezione per la prima disciplina. Ma al momento della scelta del college, opta per la vicina Notre Dame, una vera e propria istituzione del football americano, con l’offerta di poter proseguire gli studi e al contempo la possibilità di sbarcare nel professionismo della palla ovale. Gli anni all’Università sono buoni, ma non eccezionali, dato che solo nel suo ultimo anno diventa il quarterback titolare dei Fighting Irish. Perciò non è sorprendente che nel draft del 1979 bisognerà aspettare fino al numero 82 (terzo giro) per vederlo scelto, dai San Francisco 49ers. Col senno di poi, una delle più grandi follie della storia di questo sport.

Tra le annotazioni prese dai vari scout che lo avevano osservato, c’erano la sua scarsa velocità nella corsa e la mancanza di un braccio particolarmente potente. Ai più era però sfuggita un’incredibile calma mantenuta in ogni situazione, un’intelligenza tattica degna di un computer e una capacità di saper leggere la difesa avversaria come nessun altro. Non è un caso che tra i soprannomi più ricorrenti per Montana troviamo quelli di “Joe Cool”, per la sua estrema tranquillità anche nei momenti più difficili, e di “Comeback kid”, letteralmente “Ragazzo della rimonta”, per la sua ineguagliabile virtù di far volgere a proprio favore le partite dopo essere stato sotto nel punteggio. Per ben 31 volte in carriera (più svariate altre al college)  il ragazzo della Pennsylvania è riuscito ad ottenere la vittoria partendo da una situazione di svantaggio nel quarto ed ultimo tempo di una partita. Due in particolare sono entrate nella leggenda e, come spesso capita in questo sport, sono conosciute da tutti gli appassionati attraverso un semplice nomignolo.

La prima avvenne nella finale di conference NFC del 1982, che metteva di fronte i suoi 49ers con i Dallas Cowboys per un posto nel Super Bowl XVI. Con  58 secondi rimasti nel match, al terzo down sulle 6 yard e sotto di 6 punti Montana inventò un improbabile passaggio quando sembrava ormai essere sovrastato da tre giocatori avversari, andando a pescare a fondo campo Dwight Clark che con la punta delle dita raccolse la palla e consegnò di fatto la finale a San Francisco, che poi avrebbe battuto Cincinnati conquistando il 1° titolo della storia per la compagine californiana. Quel momento verrà ricordato nella storia semplicemente come “The Catch”. L’altra impensabile rimonta avvenne proprio in un Super Bowl, a essere precisi il XXIII nel 1989, ancora contro i Cincinnati Bengals (incontro che poi Montana stesso considererà il proprio migliore). In svantaggio di 3 punti, con appena 3:20 di gioco rimasti ed un intero campo da percorrere, “Joe Cool” guidò i suoi con una serenità tale da sembrare un allenamento, andando a completare un perfetto percorso (in inglese “drive”) con 8 passaggi riusciti su 9 e 11 giocate totali per 92 yard, con in più il decisivo assist per il TD di John Taylor. Un’altra impresa scritta nei libri di storia del football, questa volta alla voce “The Drive”.

Queste sono solo due delle giocate più celebri di Joe Montana, ma tantissime sono quelle che si possono incontrare nella carriera di uno come lui, capace di vincere ben 4 Super Bowl su 4 disputati (numero assolutamente monstre) di cui 3 da Miglior Giocatore, di ottenere 2 MVP della stagione, di partecipare 8 volte al Pro Bowl e tanto altro ancora, oltre a formare con l’altrettanto celeberrimo Jerry Rice (il wide-receiver per eccellenza, considerato da molti il miglior giocatore di sempre) la coppia più temuta nella storia della NFL. Titoli e record che possono essere enumerati all’esasperazione ma che non renderanno mai l’idea di quanto ha fatto Joe Montana per il football americano. Nell’immaginario collettivo è ormai un’icona ed il fatto che la maglietta numero 16 dei 49ers sia considerata al pari di un brand, proprio come la 23 dei Bulls di Jordan o la 99 degli Oilers di Gretzky, rende forse meglio l’idea della firma che ha lasciato “Comeback Kid” nella storia di questo sport.