È attualmente in corso a New York l’edizione degli US Open più inconsueta di recente memoria. La manifestazione, orfana a causa della pandemia di Coronavirus dei propri campioni uscenti Rafael Nadal e Bianca Andreescu, sta proseguendo in un clima nazionale tutt’altro che idilliaco. Con le incerte elezioni presidenziali dietro l’angolo e la crescente tensione tra polizia e comunità afroamericana, è opinione comune che per raggiungere una più totale stabilità nazionale c’è ancora, purtroppo, molta strada da fare. Nell’universo tennistico del ventesimo secolo, l’atleta che più di tutti ebbe il coraggio di provare a gettare delle basi per un futuro più equo – non solo sportivamente parlando – del Paese è senza ombra di dubbio Arthur Ashe.

Un talento più forte dei pregiudizi

Nato nel Commonwealth nel 1943, ad Arthur non ci vuole molto tempo prima di capire che, per una persona di colore, affermarsi in uno sport in quel periodo storico non è assolutamente cosa da poco. I pregiudizi scaturiti dal colore della sua pelle e una muscolatura lontana dai canoni atletici tradizionali, rendono i primi passi di Ashe sul campo da tennis estremamente impegnativi. Iscrittosi all’Università della California, il ragazzo si dedica agli allenamenti con apprezzabile continuità, non dando retta agli sguardi di sufficienza degli altri studenti.

Appena ventenne, Arthur sorprende l’intero campus vincendo il torneo universitario, attirando a sé la stima di sempre più persone. Nello stesso anno, diviene il primo afroamericano della storia a giocare la Coppa Davis nel team statunitense. Alla fine degli anni ‘60, Ashe è già considerato uno dei migliori tennisti in circolazione, complice la meritata vittoria degli US Open in singolare. Lo sportivo osserva però come l’ampia popolarità del tennis professionistico non venga egualmente considerata sotto il punto di vista mediatico e, facendo pressione ai più alti vertici dell’ambiente, convince Jack Kramer, Cliff Drysdale e Donald Dell a fondare l’Association of Tennis Professionals: conosciuta ancora oggi come ATP.

Arthur Ashe trionfa a Wimbledon, 1975

Nei primi anni ’70, l’ormai affermato tennista non viene ammesso agli Open sudafricani. La politica di segregazione razziale, ancora in vigore a quel tempo nello Stato africano, non può far sì che il tenace atleta afroamericano trionfi contro qualche giocatore locale. Arthur non accetta di essere denigrato senza motivo e avvia una critica campagna politica internazionale contro l’Apartheid. Nello stesso periodo, grintoso come non mai, si aggiudica l‘Australian Open, continuando a coltivare nel frattempo la sua personale battaglia politico-sociale. Ashe raggiunge l’apice della sua carriera nel 1975, vincendo la finale di Wimbledon contro il campione in carica, il leggendario Jimmy Connors. Ad oggi, nessun altro tennista di colore ha più conquistato lo slam inglese.

Una nuova vita fuori dal campo

Arthur si ritira nel 1980, a seguito di un improvviso attacco di cuore. Negli anni seguenti, l’americano – molto colto fin dai tempi degli studi – inizia a scrivere per il TIME e ha commentare i match di tennis per la ABC. Convinto che il presente se ben sfruttato possa fiorire in un futuro più positivo per tutti, Ashe dà vita alla lega tennistica giovanile National Junior Tennis League. L’uomo, nonostante sia destabilizzato dalla propria salute precaria, non si ferma: in prima persona viaggia per il paese sensibilizzando il popolo americano sui problemi cardiaci, raccogliendo fondi per la causa.

Arthur Ashe incontra il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, 1982

Nel 1983 un secondo infarto rende Arthur ancora più debole, non frenando nonostante tutto la sua indole mite e la sua filantropia. Due anni più tardi viene nominato nella Tennis Hall of Fame, entrando di diritto nella storia della disciplina sportiva.
La vita dell’uomo viene tragicamente segnata nel 1992, quando annuncia di essersi ammalato di AIDS durante una trasfusione di sangue dovuta a un delicato intervento al cuore, quattro anni prima. Consapevole del poco tempo che gli resta, l’uomo fonda un’associazione per aiutare a curare i cittadini che non dispongono di un’adeguata copertura sanitaria. Terminato di scrivere le proprie memorie alla fine del gennaio 1993, Arthur Ashe si spegne il 6 febbraio seguente, a soli 49 anni.

Molte le battaglie da lui intraprese nel corso della sua vita in nome dell’equità e del rispetto. Troppe e inspiegabilmente ancora percepibili le discriminazioni che ancora oggi occupano le prime pagine dei giornali, alimentate da chi, nel 2020, ignora ancora un certo concetto di vita che Arthur Ashe sosteneva decenni fa:

“L’autentico eroismo è sicuramente sobrio, privo di drammi. Non è il bisogno di superare gli altri a qualunque costo, ma il bisogno di servire gli altri a qualunque costo.”