Agosto e settembre sono solitamente mesi freddini per quanto riguarda l’hockey. Si presenta il roster della nuova stagione e si giocano le prime partite, tutt’altro che decisive. Quest’anno in Nord America sono invece mesi più caldi che mai. A causa della pandemia, i playoff di NHL – con una formula inedita – sono infatti stati posticipati e si stanno disputando solo ora.

A parteciparvi sono le 12 migliori squadre di ogni Conference, in base alla percentuale di punti raccolti al momento della sospensione della regualr season, avvenuta il 12 marzo. Le quattro migliori squadre di ogni Conference hanno giocato separatamente in un girone all’italiana (con le regole applicate normalmente durante la regular season). Le altre otto compagini hanno invece disputato un turno di qualificazione con una serie al meglio delle 5 partite (con le regole applicate normalmente durante i playoff). I vincitori di queste serie hanno in seguito affrontato una delle squadre del girone all’italiana nel primo vero turno di playoff (al meglio delle sette partite).

Oltre alla formula, anche le host cities dei vari incontri hanno subito un cambiamento. Invece di scendere sul ghiaccio nelle rispettive piste, tutte le squadre si sono trasferite in Canada. A fare da teatro a tutti i match – svoltisi a porte chiuse – sono infatti state solamente due città: Toronto (Eastern Conference) ed Edmonton (Western Conference + Finals). Anche altre città si erano candidate per ospitare il post season hockeistico, ma l’emergenza coronavirus ha di fatto escluso tutte le opzioni statunitensi.

Sicuramente, dunque, il virus ci ha messo del suo. Ma, negli ultimi decenni, mai come quest’anno abbiamo assistito a una NHL a tinte canadesi. Quella che da tutti è considerata come la patria dell’hockey si è vista nel corso degli anni venir surclassata dai “cugini” statunitensi. Basti pensare che l’ultima franchigia ad aver raggiunto l’atto conclusivo sono i Vancouver Canucks nel 2011. L’ultimo titolo risale invece addirittura al lontanissimo 1993 (Montréal Canadiens). Numeri che stridono con l’albo d’oro della Stanley Cup, che vede Montréal e Toronto dominare la scena grazie alla valanga di successi raccolti fra il 1942 e il 1979 (28 titoli su 38!).

Invece in questa strana annata sono ben sei (su sette) le compagini canadesi ad aver preso parte al post season (unici esclusi gli Ottawa Senators). Si tratta del numero più alto dal 1993 ad oggi. Un altro interessante dato statistico è che per la prima volta dal 1996 tutte le franchigie californiane – Anaheim Ducks, Los Angeles King e San Jose Sharks – sono rimaste fuori dai playoff.

Insomma, si tratta (forse) di un ritorno alle origini. Dopo che le luci della ribalta si erano trasferite da nord a sud, dalla “campagna” alle grandi città come New York, Los Angeles, Chicago e Detroit, l’hockey nordamericano starebbe compiendo un viaggio inverso. Non è più solo la Nazionale a tenere alto il buon nome della “Maple Leaf”, ma anche le singole compagini di NHL sembrano essere tornate a ricoprire un ruolo da protagonista. E il ritorno di una franchigia a Winnipeg (nel 2011 al posto di Atlanta) e a Seattle (la più canadese delle città statunitensi) l’anno prossimo confermerebbe questo spostamento geopolitico, in cui l’espansione del soccer negli USA potrebbe avere pure un ruolo non indifferente.

Naturalmente potrebbero essere solamente delle coincidenze, dettate pure da una stagione che è tutto fuorché regolare, per rimanere in termini hockeistici. Solo il futuro ci dirà se le foglie d’acero torneranno ad agitarsi come un tempo.