Sì, questo è il figlio del diavolo: quando mi guarda con quegli occhi strani mi mette pure paura. Solo un diavolo avrebbe potuto resistere a tutti quei veleni che ho ingerito per liberarmene.

Immaginate di sentir pronunciare questa frase ad una donna che si riferisce al suo stesso figlio. Un figlio nato da uno dei tanti rapporti che eufemisticamente oggi definiremmo “non consenzienti”. Fra un militare italiano e una giovane eritrea cresciuta durante l’occupazione italiana del corno d’Africa. Immaginate poi che quella frase sia rivolta a voi e voi siate proprio quel “figlio del diavolo”. Insomma, immaginatevi di essere Luciano Vassallo.

Nel 1935 l’Eritrea era una colonia italiana da quasi mezzo secolo e Asmara era la sua capitale: una città che, durante il periodo fascista, divenne una delle cartoline della propaganda di Mussolini. Ancora oggi, infatti, girando per le strade di Asmara si può vedere il “Cinema Impero” e l’iconica “stazione Fiat Tagliero“, dotata di due ali autoportanti che la rendono ancora oggi uno dei monumenti più caratteristici della città che oggi è patrimonio dell’Unesco. Proprio ad Asmara il 15 agosto di ottantacinque anni fa nacque Luciano Vassallo.

Eravamo disprezzati da tutti. Gli italiani ci consideravano una razza inferiore e come tale ci trattavano. Ma le cose andavano anche peggio con gli eritrei purosangue. Per loro eravamo dei bastardi, figli di nessuno, se non addirittura figli di puttana.

In questo clima d’odio e ripudio crebbe Vassallo. Non aveva nemmeno 2 anni quando il padre fu trasferito ad Addis Abeba e di lui non ne seppe più nulla. La sua era una quotidianità dettata dagli episodi di razzismo, le risse e le infinite partite di calcio giocate per strada. Il suo carattere tenace e impulsivo gli fece guadagnare un certo rispetto anche fra chi lo considerava solo un “meticcio”. Grazie alle sue doti tecniche e fisiche a 16 anni si unì alla squadra di meticci di Asmara, dividendo le sue giornate fra il ruolo di terzino sinistro e il lavoro di meccanico.

Luciano Vassallo

A 17 anni l’esordio in Nazionale: Vassallo era diventato un ottimo centrocampista, dotato di un grande tiro dalla distanza. In un’amichevole contro la nazionale sovietica fu proprio una sua conclusione dai trenta metri a sorprendere il leggendario Lev Jašin. ” L’avessi saputo prima non avrei trovato il coraggio di fargli un tiro del genere!” . L’Eritrea nel frattempo era diventata una delle tante merci di scambio sul tavolo dei trattati post- bellici e nel 1962 fu ufficiale la sua annessione all’Etiopia. Proprio in quell’anno Vassallo avrebbe scritto la storia del suo paese.



Vassallo aveva 27 anni, era diventato capitano dell’Etiopia e si apprestava a giocare la terza edizione assoluta della Coppa d’Africa in casa. I suoi affari andavano ancora meglio: aveva un’officina Volkswagen con decine di dipendenti e sembrava aver raggiunto un’agognata felicità. Eppure nemmeno le sue imprese calcistiche riuscirono a cancellare i pregiudizi sulle sue origini e il suo italianissimo nome. Qualcuno gli propose di cambiarlo in un nome “più adatto”, ma quando lui minacciò di non giocare nessuno osò aprir bocca. Il suo talento, unito a quello del fratello Italo (!) e del talentuosissimo amico Mengistu Worku, assicurò l’accesso alla finale contro la Repubblica Araba Unita, oggi Egitto.

I dirigenti etiopi erano sicuri della vittoria e nel pre-partita l’allenatore annunciò che la fascia di capitano non sarebbe stata indossata da Vassallo: la Coppa doveva essere sollevata da un purosangue. La squadra si ribellò e un paio d’ore più tardi Luciano Vassallo, con la fascia attorno al braccio, ricevette la coppa dalle mani dell’Imperatore Hailé Selassié. Vassallo fu votato miglior giocatore del torneo e tutt’ora è il recordman della sua nazionale con 99 gol in 104 presenze. Quel trionfo rimase l’unico della storia dell’Etiopia e rappresentò l’apice della carriera di Luciano Vassallo, destinato di lì a breve a diventare tecnico della Nazionale che aveva portato al trionfo.

Mengistu Worku e Luciano Vassallo

La sua esperienza da Commissario Tecnico non fu fortunata. Nonostante i suoi metodi innovativi, imparati fra i banchi di Coverciano al fianco di Cesare Maldini fra gli altri, le pressioni politiche cominciarono a farsi più importanti. Vassallo fu lentamente messo in disparte e quando anche le squadre di club cominciarono a rifiutarlo, lui capì che nessuno gli aveva perdonato quella coppa alzata al cielo etiopie da un meticcio. Nel 1974 il “Negus Rosso” Mengistu Halie Mariam prese il potere in Etiopia e Vassallo, come tanti altri “nemici” del potere, fu uno dei primi obiettivi della polizia. Sequestrato e portato in caserma per essere assassinato, riuscì a scappare grazie all’aiuto di un suo tifoso.

La sua travagliata e infinita fuga terminò a Roma, dove fu accolto e gli fu concesso il passaporto italiano. I primi tempi furono duri e dovette ricominciare da zero: tutti i suoi beni e le sue ricchezze erano rimaste in Etiopia e non le avrebbe mai più avute indietro, nemmeno ad anni di distanza. La sua tenacia e la sua determinazione, però, non lo fermarono e, stabilitosi ad Ostia, riuscì anche a portare avanti la sua passione per il calcio, fondando una scuola calcio.

L’Italia è diventata così la sua casa, l’unica, dopo che nemmeno la fine del regime gli ha permesso di tornare alla sua casa e alla sua vita in Etiopia. “Sono il giocatore che ha disputato più partite con quella Nazionale, che ha segnato più gol, che per più tempo ha indossato la fascia di capitano. Ho dato lustro a quel paese. Sono stato l’unico a sollevare una Coppa d’Africa. Nessun etiope c’è più riuscito. E come mi hanno ripagato? Togliendomi tutti i beni! “.

Oggi Luciano Vassallo vive in una piccola frazione di Tivoli, in provincia di Roma e ha raccontato la sua vita nel libro “Mamma, ecco i soldi”. Una vita segnata dalla sofferenza e il razzismo, ma che nel calcio ha trovato il raggio di luce che ha consegnato Vassallo e la sua incredibile storia alla memoria di questo sport.