Con il Tour Down Under in programma dal 15 al 20 febbraio, scatta ufficialmente l’annata ciclistica 2019. Una stagione che, nemmeno cominciata, sarà da ricordare per due ragioni: l’uscita di scena del Team Sky e un Giro d’Italia mai così concorrenziale con il Tour de France.

Il sorprendente annuncio della Sky è arrivato dopo otto anni dal suo ingresso nel ciclismo professionista. Un vero fulmine a ciel sereno, visto che la squadra diretta da Dave Brailsford si è rapidamente imposta come la formazione di riferimento per i grandi giri, conquistandone otto, ai quali vanno aggiunte una miriade di gare a tappe minori. Più scarso invece il bottino di corse di un giorno, fra le quali spiccano due classiche monumento: la Liegi – Bastogne – Liegi del 2016 e la Milano-Sanremo del 2017.

Sia chiaro, la rinuncia del main sponsor non significa forzatamente che la squadra verrà smantellata, anche perché le principali star del roster hanno un contratto valido ancora almeno fino al 2020 (il giovane Bernal addirittura fino al 2023). Un potenziale subentrante – si parla già di un magnate americano – si ritroverebbe dunque con un pacchetto sicuro di corridori e non dovrebbe costruire una squadra da zero. Ma del futuro non c’è certezza, specie se di mezzo ci sono un’immagine della squadra non certo irreprensibile e i soldi. Gli investimenti fatti dal gigante della telecomunicazione – giusto per dare un’idea – sono di quasi 30 milioni a stagione, a fronte di un budget medio che per una squadra World Tour si aggira attorno ai 10 milioni. Froome guadagna 5 milioni all’anno, quando lo stipendio medio di chi gareggia contro di lui è di circa 200mila euro.

Ma la Sky non solo ha cambiato il ciclismo, rendendo popolari i marginal gains (dall’alimentazione, al riposo, fino all’attenzione maniacale per le condizioni igieniche dei corridori) e offrendo una chance anche a parecchi ciclisti che soffrono d’asma… Ha anche permesso alla Gran Bretagna di trasformarsi in una delle nazioni faro del ciclismo su strada e non più solo in quello su pista. Non è un caso che i tre Grandi Giri del 2018 siano andati nell’ordine a Froome (Giro), Thomas (Tour) e S.Yates (Vuelta).

Che la Sky abbia dato il suo addio – dando comunque alcune importanti garanzie a Brailsford – è una certezza. Che il Giro d’Italia sia ormai sullo stesso livello del Tour de France è forse ancora una provocazione. Volume d’affari (circa 150 milioni contro 35) e attenzione mediatica (75 milioni dai diritti tv contro 25, 3.5 miliardi di spettatori contro 700 milioni) garantiscono ancora alla Grande Boucle un vantaggio sulla Corsa Rosa in termini di ricchezza e probabilmente pure di fascino.

Il Giro però insegue a gran velocità e ha nel mirino la ruota transalpina. Gli sforzi del “patron” Urbano Cairo, uniti a un percorso decisamente più affascinante rispetto a quello del Tour, hanno infatti portato molti big a snobbare la Francia e optare per l’Italia quale obbiettivo principale del 2019. Al via di Bologna ci saranno infatti campioni come Nibali, Dumoulin, Valverde, S.Yates, M.A.Lopez e Bernal, solo per citarne alcuni. Insomma, non sarà più una competizione fra le seconde linee delle varie squadre, come spesso accadeva in passato.

Un tracciato che non ha del tutto convinto, ma non solo. Fra i motivi che hanno spinto molti big a concentrarsi su Appennini e Dolomiti al posto di Pirenei e Alpi francesi ci sarebbe anche un certo malcontento per l’egemonia esercitata negli ultimi anni proprio dalla Sky, la quale è transitata per sei volte nelle ultime sette edizioni di giallo vestita sotto l’Arco di Trionfo. Un dominio che ha lasciato agli avversari solo le briciole e che li ha scoraggiati a lanciarsi nuovamente in una lotta contro i mulini a vento. Proprio per questo, forse, l’anno prossimo potremmo dire: addio Sky, bentornato Tour.