“Se anche la Sampdoria dovesse vincere
questo benedetto scudetto, sarebbe il decimo
che arriva nella città di Genova.
Ora, noi ne abbiamo portati nove…
e che ne portino uno anche loro!”
(Luigi Ferraris. Genova. 1991)



5 gennaio 1947. Al cospetto del Genoa arriva la squadra più forte d’Italia, il Torino di Mazzola e Gabetto. Sugli spalti un figêu di 7 anni assapora per la prima volta le emozioni che sa regalare uno stadio. È lì con il papà e il fratello maggiore, granata sfegatati. Mancano pochi minuti al termine e gli ospiti sono avanti per 3-0. La partita sembra non avere altro da dire. Qualcuno non ci sta. Verdeal nel giro di poco trova un doppietta che riapre l’incontro e ridà animo ai compagni. I rossoblù ci provano, ma i sogni di una rimonta che avrebbe dell’incredibile svaniscono sul palo che lo stesso argentino centra a pochi secondi dal triplice fischio. Il Genoa perde, ma trova un nuovo tifoso. Il ragazzino si è letteralmente innamorato di Verdeal e decide di fare un torto al babbo, schierandosi, guarda caso, con i vinti: “Tiferò Genoa”. Quel ragazzino di nome fa Fabrizio. Fabrizio De André.

Da lì in poi sarà amore vero, per l’eternità. “Caro Gesù Bambino, per Natale vorrei un vestito da cow boy, dei soldatini e la divisa del Genoa, scriveva in tenera età. Il passare del tempo non fa altro che aumentare la sua ossessione per la squadra, di cui sa tutto: formazioni, marcatori, diffidati, classifiche aggiornate, tabelle salvezza… tutto meticolosamente annotato in un primo momento nei suoi diari, poi perfino sul retro dei testi delle sue canzoni e sui biglietti dei concerti, una volta che il piccolo Fabrizio è diventato Faber, il poeta anarchico.

Un malato di calcio come molti, una storia che sembra quella di tanti. Ma c’è un problema: lui è De André, e da De André non te lo aspetti. Perché il calcio a detta di molti è una passione per gli stupidi, non certo per un cantautore e un personaggio raffinato e dotto come lui. Forse si sbagliano.

Sì, forse si sbagliano davvero, perché il calcio per Faber è arte e non è probabilmente un caso che il suo giocatore preferito sia Gigi Meroni, definito da lui stesso “un artista nella vita e in campo”. L’ossessione che “Bicio” nutre per il suo Genoa lo accompagna per tutta la sua vita, e non riesce a placarla nemmeno durante il sequestro con la moglie Dori Ghezzi del 1979. I rapinatori vietano giornali e radioline, non vogliono che i due possano avere notizie sul loro conto. Dori non batte ciglio, Faber invece non ci sta: “Ditemi almeno i risultati del Genoa”, e così sarà.

Una vita da una parte dedicata alla musica, ai deboli, ai troiani, alle Marinelle e alle graziose di Via del Campo, e dall’altra a quella sua “malattia“, come la definì una volta durante un concerto. “Scusate, devo dirvi una cosa, ho una malattia”, disse gelando il pubblico. Poi estrasse una sciarpa rossoblù e proseguì: “La mia malattia si chiama Genoa”.

Due colori da amare fino alla fine dei suoi giorni, fino a quell’11 gennaio di 20 anni fa, quando se ne andò portandosi dietro il naso da clown e la sciarpa della sua squadra del cuore, abbandonata senza avergli mai dedicato una canzone: “Al Genoa avrei scritto una canzone d’amore, ma non ce la faccio perché per fare canzoni bisogna conservare un certo distacco verso quello che scrivi, invece il Genoa mi coinvolge troppo”. 

Non chiedete del loro amore… statene pur certi, che un amore così lungo, Fabrizio al suo Genoa, l’ha dato in fretta.